nostalgia di suoni strani

A chi mi chiede cosa mi manca dell’Italia rispondo spesso in modo vago, non insincero, ma parziale, impreciso: gli amici, certo, la famiglia, il cibo (certo cibo), i paesini. Ma sono assenze ovvie, cui si fa il callo, volenti o nolenti. Le si mette in conto quando si parte e ancor più quando di decide di restare.
Diverso è dire che mi manca il dialetto. Non il mio in particolare (o non solo), ma il dialetto in generale, gli accenti e le inflessioni diverse da ascoltare, da riconoscere, da assaporare. Una delle ricchezze dell’Italia sta nella sua lingua tanto ricca nelle sue sfumature e nelle sue derivazioni, capaci di cambiare dopo appena pochi chilometri.
Vivere all’estero ti priva di molte cose, ma io sento sempre più spesso ormai quasi solo questa: questo viaggio linguistico continuo, dove le volgarità si alternano alle arguzie, alle battute salaci, geniali.
E ogni volta che torno in Italia le cerco, tendo le orecchie e sorrido ogni volta che le capto.

Fateci caso, quando vi capita.

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papandreou: tanto rumore per… qualcosa

Se si riassumono le fasi essenziali degli ultimi giorni della Grecia e precipuamente le mosse del primo ministro Giorgos Papandreou, si può comprendere che dietro tutto quello che è successo c’è una logica, vuoi folle, vuoi troppo azzardata, vuoi irresponsabile, ma c’è.

L’annuncio di Papandreou di indire un referendum nazionale per chiamare i cittadini a decidere se accettare o no le decisioni del 26 ottobre (il taglio del debito per più di 100 miliardi) aveva creato un sisma politico e soprattutto economico di portata globale. Secondo me, sotto sotto Papandreou ci ha un po’ anche goduto nel vedere che un piccolo paese  quasi fallito come la Grecia poteva ancora essere il centro del mondo, anche se non positivamente, per almeno un giorno.
Comunque, dopo quell’annuncio era seguita una febbrile attività da parte del duo Merkel-Sarkozy per capire cosa avesse in mente il leader greco e, sopratuttto, per fargli cambiare idea.
Hanno iniziato anche a circolare affermazioni come “la Grecia non può fare a meno dell’Europa, ma l’Europa si sta preparando a fare a meno della Grecia”.

Interpellato (per questi post) da una radio di Torino riguardo la situazione ellenica, avevo espresso i miei dubbi che questo referendum si sarebbe davvero fatto: la vedevo più come una mossa estrema di Papandreou per far uscire allo scoperto i suoi avversi, esterni (nello specifico Samaràs, leader di Nea Democratia, maggior partito di opposzione al governo dal 2004 al 2009) e anche interni (non pochi membri del Pasok da tempo si stavano distaccando dalla linea principale del primo ministro).
Pur non essendo un analista, ci avevo azzeccato: dopo appena due giorni Papandreou dichiara apertamente che l’appello al referendum era stato essenzialmente una minaccia perché Samaràs si assumesse le sue responsabilità. Dopo poche ore il ministro delle finanze Venizelos assicurava tutti (soprattutto la Francia e la Germania) che l’ipotesi del referendum era stata definitivamente accantonata. Dopo qualche ora, il governo Papandreou addirittura incassava la fiducia, pur se con poche manciate di voti di vantaggio. Una  fiducia condizionata al suo impegno di formare presto un governo di “salvezza nazionale” (o di “unità nazionale”, lo chiamano in vari modi), ma sempre di fiducia si è trattato.

Oltre alla fiducia (ripeto condizionata, perché in qualche modo Papandreou si impegna a farsi da parte), cosa ci ha guadagnato Papandreou? Non poco, visto che ha ottenuto precisamente quello che  molto probabilmente si era preposto: scaricare la responsabilità sul suo avversario, tendendogli la mano (dopo averla prima unta d’olio, ma è una mia personale considerazione) per poi dimostrare che da parte di Nea Democratia non c’è disponibilità ma solo cieca insistenza nel richiedere elezioni anticipate che, in questa situazione, sarebbero più un male che un bene per il paese.

Certo anche Samaràs ha le sue colpe, se non altro per il fatto di non avere una linea precisa da seguire: prima si dice disposto a mettersi a disposizione, poi dopo il primo discorso di Papandreou prende le distanze e ritorna sulla richiesta di dimissioni, rifiutando di entrare nel futuro governo allargato alla cui guida già si indica Venizelos.
Samaràs in questo modo fa esattamente il gioco di Papandreou, e in Germania infatti c’è già chi l’ha additato come il responsabile dell’eventuale uscita dall’euro della Grecia.

Insomma. Papandreou si dimostra forse folle, ma sicuramente scaltro, più del suo avversario, che invece ha abboccato in pieno all’amo e ora bisogna vedere se e come farà a liberarsene senza rimetterci la faccia.

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il referendum? Tutta una finta…

Quello di oggi sembra essere un giorno storico per la Grecia (e forse non solo) o almeno in questo modo lo stanno vivendo i greci. Vorrei quindi seguirlo in diretta da qui, condividendolo con voi.

Ore 20,15: conclude il suo discorso Antonios Samaras, leader del maggior partito di opposizione. Un discorso dai toni duri nei confronti di Papandreou, di cui chiede le dimissioni. “Non eravamo e non siamo contro le misure per evitare il default, eravamo e siamo contro la politica fallimentare del governo che sta riportando il paese alla dracma. Non voglio alzare i toni, ma non accetto che si propongano referendum contro l’euro, perché era di questo che si sarebbe trattato: un ricatto nei confronti del popolo greco”.

Sale a parlare di nuovo Venizelos ed esordisce esprimendo rammarico per la posizione di Nea Democratia, “molto diversa da quella di appena poche ore fa, in cui Samaras si diceva disposto a collaborare”.
Gli analisti non credono che già da domani sera Giorgos Papandreou sarà ancora il primo ministro greco.

Ore 18,35: Giorgios Papandreou ha appena finito il suo discorso grondante retorica e buone intenzioni. I punti salienti:
- oggi è un grande giorno per la Grecia: il giorno in cui si volterà pagina, si cambierà mentalità, perché gli stati non falliscono, falliscono le mentalità;

- il referendum non era mirato al rifiuto o meno dell’euro, ma al rifiuto o meno degli accordi del26 ottobre;

- non è possibile che decidano i mercati e non i governi, e non i popoli: il referendum era il segno che avremmo dato importanza e peso al parere del popolo greco;

E via di questo passo. Ora parla Venizelos, il ministro delle finanze, che appoggia la linea del primo ministro.

Ore 15,30: Giorgios Papandreou, rivolgendosi proprio in queste ore al Parlamento, ha affermato che il referendum è stata una “necessaria minaccia” per costringere il suo principale avversario Antonios Samaràs ad “assumersi le sue responsabilità”. Quali responsabilità? Da una parte riconoscere che il taglio di 100 miliardi di euro era necessario e dall’altra riconoscere la necessità di un governo di salvezza nazionale costituito dai due maggiori partiti, il socialista Pasok e il liberista Nea Democratia.

Questo significa dimissioni? Sembra di no (anche se fonti riportate anche dalla BBC parlavano già di un probabile governo tecnico guidato da Lucas Papadimo, vicepresidente – non un caso, penso – della Bce); ma sicuramente significa che il famigerato referendum non si farà. E le borse, sembra, già hanno accolto con un rialzo la dichiarazione.
Resta il fatto di aver causato il collasso delle Borse europee, con ben1,3 trilioni di dollari bruciati in una giornata, tutto questo solo per minacciare il tuo avversario politico.
Una parlamentare europea greca ha dichiarato alla tv, testualmente: “solo un malato di mente poteva fare una cosa del genere”.

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