nel tempo libero, cerchiamo il mouse

E’ interessante leggere Surplus cognitivo di Clay Shirky, e risulta ulteriormente stimolante farlo dopo aver letto la recensione di un suo acerrimo critico, Evgeny Morozov, trovata leggendo a mia volta un’altra recensione sul libro di Shirky, quella di Pandemia (credo si chiami serendipity del web, questa prassi di passare da un link all’altro). 

Morozov distingue due categorie di entusiasti di Internet, gli utopisti e i populisti, e annovera tra i secondi Shirky, riconoscendogli  con cio’ almeno il merito di muoversi con metodo e perseguire un progetto. Ma anche questo diventa un limite, secondo Morozov in quanto Shirky, come prima di lui Marshall Mc Luhan e tutti coloro che sono  system-builder “usano i dati come mattoni per erigere la loro teoria; se un elemento non si adatta al loro edificio teorico, lo scartano senza troppe remore.”
Inoltre, sempre a detta di Morozov, Shirky non considera alcuni indubbi meriti della televisione, bollandola come una perdita di tempo tout court e, soprattutto, decontestualizza i media, nuovi e vecchi, dal panorama sociale e politico dei tempi.

Ho riflettuto su questi punti e penso che da una parte Morozov ha le sue ragioni,  ma dall’altra se Shirky avesse dovuto tener conto di tutto questo, il suo libro avrebbe dovuto essere un saggio di diversi tomi, ognuno riguardante un aspetto di ogni problematica affrontata.

Secondo me, chiedendo troppo a Shirky si rischia proprio di sovrastimare il suo lavoro, che invece consiste in un gradevole libello in cui sono ben evidenti alcuni punti saldi non opinabili, in quanto dati di fatto incontrovertibili:

– La modalita’ di produzione mediatica non e’ piu’ quella “gutenberghiana” produttore vs. consumatore: gli spettatori ora possono intervenire e a loro volta creare e trasmettere materiale, diventando quindi “spettautori” (prendo in prestito il termine da un libro di Michele Mezza) connessi tra loro.

– Si tratta di un cambio di prospettiva completamente nuovo e sicuramente spiazzante soprattutto per coloro che in precedenza detenevano il monopolio della produzione  mediatica), ma  in molti campi  – primo tra tutti il giornalismo -la trasformazione risulta tanto evidente quanto inarrestabile.

– Che tutto questo sia positivo o negativo Shirky non lo dice esplicitamente, anzi spesso ripete che ci troviamo di fronte a una grande incognita e non ne nasconde i rischi e i pericoli. E se effettivamente trapela il suo ottimismo o il suo entusiasmo verso la Rete e in generale i social media, preferisce tuttavia presentare il nuovo quadro piuttosto come un’opportunita’ e una sfida che siamo chiamati a raccogliere e a sfruttare nel migliore dei modi, in quanto “in una cultura hai quel che celebri”.

Da parte sua Shirky  celebra la “filosofia del mouse”: come il figlio di un suo amico cercava dietro lo schermo televisivo il mouse per intervenire in quella che evidentemente trovava una fruizione troppo passiva del mezzo, allo stesso modo dovremmo intraprendere un nuovo rapporto con la comunicazione, cercando soprattutto nella condivisione con gli altri la chiave per declinare in maniera efficace e costruttiva il nuovo paradigma, tecnologico e allo tesso tempo sociale.

Ho letto Surplus cognitivo (Codice edizioni) grazie ad una copia omaggio ricevuta in formato elettronico dall’editore stesso tramitela piattaforma The Reviews Engine in cui possono partecipare tutti come potenziali recensori di ebook.

“la fuga narrativa”: l’economia della mente non deve andare al risparmio

Prima di parlare di La fuga narrativa di Tom Stafford (edizioni 40k) vorrei che guardaste i primi 6 minuti di questa lezione tenuta ad Harvard:

E’ sicuramente una lezione interessante, di quelle che, come si dice, “fa pensare”, e così ritenevo anch’io fino a ieri sera, quando cioè ho letto il piccolo saggio di Stafford.

Spaziando tra esperimenti in cui si mettono alla prova scelte morali e le dinamiche pseudo-moraliste dei film holliwoodiani, Stafford sottolinea come siamo posti spesso di fronte a mondi che sostanzialmente solo in apparenza sono multidimensionali, mentre in realtà ci fanno muovere all’interno di caselle predefinite.

Due sono i passi del libro che ritengo particolarmente significativi:

Una delle scelte più importanti riguarda il modo di descrivere il mondo, la storia di cui lo rivestiamo. Se deleghiamo ad altri questo compito, le scelte che faremo saranno le loro.

L’economia della mente non prevede la possibilità di mettere tutto in discussione, ci predispone a credere a ciò che ci offrono.

Quest’ultimo è in pratica il meccanismo mentale secondo il quale durante i nostri sogni, spesso assurdi e totalmente surreali, non ci chiediamo mai il perché delle cose che vediamo, ma accettiamo le immagini oniriche così come vengono. Il problema è che questo non di rado avviene anche nella realtà. Solo un salto di prospettiva – la “fuga narrativa”, appunto – permette alla mente di parlare a se stessa e di non subire passivamente il mondo o la sua rappresentazione (e interpretazione). Possiamo così cominciare a “raccontare la storia delle nostre esperienze, a scegliere tra le storie possibili (…) e a raccontarci la nostra”.

Una lezione quanto mai attuale, in un mondo di imbonitori ed “esperti della comunicazione”, il cui compito è in pratica quello di imporci la loro narrazione e convincerci che sia l’unica possibile.

P.S.: Lo stesso Stafford inserisce nella sua bibliografia un libro di Dan Ariely di cui ho parlato più volte in precedenza, tradotto in italiano come “Prevedibilmente irrazionale” (ed. Rizzoli). Da leggere, sicuramente.

l’ottimismo dell’acquisto

Da spendaccione che ero in gioventu’, col tempo sono diventato piuttosto parsimonioso. Diciamo che spendo con piu’ attenzione e secondo una scala di priorità ben precisa.
La scala prevede che l’oggetto potenzialmente acquistabile sia, nell’ordine: 1-indispensabile, 2-necessario, 3-utile, 4-accessorio, 5-inutile
Ovviamente l’acquisto, al 99% dei casi, avviene solo se l’acquisto da fare è di grado 1, ovvero indispensabile. Il grado 2 è tollerato, il 3 possibile, il 4 non auspicabile, il 5 ha come prerequisito un momento di debolezza o rincoglionimento, diciamo un movimento sismico sussulturio-ondulatorio della corteccia celebrale che mette per un momento in tilt le sinapsi del sistema raziocinante atto alla gestione del portafoglio.
Quando però si fanno acquisti di grado 4 e 5 della mia personale scala, cioè quelli dovuti piu’ a un sussulto che ha un bisogno, c’è un perché. Premetto che tutto ciò può suonare come bieca e patetica giustificazione piu’ dialettica che morale al tutto, però ci ho pensato non da oggi e sono giunto alla seguente conclusione: l’acquisto di un bene accessorio è non solo a volte taumaturgico dal punto di vista psichico-umorale (su questo ci sono anche studi specifici), ma un sintomo di ottimismo. Sì, ottimismo. E vi spiego brevemente il perché.
Metti che sei lì che passi piu’ volte davanti a quella vetrina, o consulti da tempo quella pagina web dove hai adocchiato il bene in questione. Ti chiedi: ne ho davvero bisogno? No. Almeno non nell’immediato. Posso prenderne uno equivalente che soddisferebbe le mie esigenze del momento e costerebbe di meno? Sì. Eppure. Eppure questo mi piace troppo.
Non è il fatto di averne un bisogno concreto; è che ne ho bisogno dal punto di vista estetico-personale. Costa, è vero. Ma non sono nemmeno in un momento così negativo, dal punto di vista finanziario. E poi – ecco, che QUI scatta l’ottimismo – sento che le cose andranno meglio in futuro, e magari il possesso di QUESTO oggetto renderà la strada ancora piu’ spianata verso il raggiungimento dei miei obbiettivi. Come? Beh, prima di tutto per il semplice fatto che sarò di umore migliore e insomma si sa che con un approccio positivo è importante. Insomma, io lo compro. Non sono messo così male da non potermelo permettere e sicuramente il mio futuro mi riserva anche periodi piu’ floridi in cui mi dirò “beh, a saperlo, potevo prenderlo già da allora, invece di aspettare tanto”.
Ecco.
Sappiamo che il nostro cervello (e il nostro animo) è un acrobata quando si tratta di giustificare e giustificarsi gli atti anche piu’ orribili. Figuriamoci un innocuo acquisto.

E insomma, ho comprato un nuovo cellulare.

P.S.: A pensarci bene, si compra qualcosa anche perché ci si accorge che si è cambiati, o si sta cambiando, e non ci riconosciamo piu’ anche negli oggetti che possediamo. Non ci rappresentano piu’. E qui direi che siamo quasi al grado 2.

digitali, ma piu’ umani?

Dan Ariely, nel suo Prevedibilmente irrazionale, ci ricorda che viviamo quotidianamente in un delicato equilibrio tra convenzioni sociali e regole di mercato: una sfera deve rimanere separata dall’altra, pena la sparizione della prima (la convenzione sociale) o comunque il suo svilimento.
Per dire, non possiamo ringraziare la suocera per il delizioso cenone di fine anno dandole una cifra in denaro che noi riteniamo congrua alla qualità del cibo. Non ci inviterebbe piu’ per molti anni, se non per sempre.
Il mondo delle regole di mercato, si sa, è spietato e “arido”: ma business is business, e siamo noi stessi i primi (magari stupendoci) che poi applichiamo questa regola quando è nel nostro interesse. Perché non dovrebbero farlo le banche, le aziende e in generale il mondo del lavoro?
E’ anche vero che sicuramente il mondo sarebbe migliore se fosse ispirato piu’ alle regole sociali che non a quelle di mercato, mentre invece sta accadendo esattamente l’opposto, con conseguente aridità progressiva dei rapporti umani e mercificazione-monetizzazione di ogni aspetto della nostra vita. Nessuno fa niente per niente e sembra che nella progressiva spersonalizzazione e disumanizzazione dei rapporti sociali le cose possano andare sempre peggio.
E invece.
E invece ecco i social media. I social media hanno riportato alla ribalta, paradossalmente, aspetti della vita che piu’ tradizionali e atavici non si può: l’uso di messaggi brevi-biglietti, il baratto (vedi i tanti social network dove è possibile scambiarsi gli oggetti che si possiedono), e il favore gratuito e disinteressato, addirittura la consulenza specialistica che nel mondo “reale” ti costerebbe una fortuna.
Provare per credere: fate una domanda in qualche social network o community su un problema, psicologico, tecnologico, sentimentale e verrete subissati di consigli, link, pareri, il tutto senza spendere un cent.
Insomma, se fuori dalla porta la solidarietà è merce sempre piu’ rara e la diffidenza impera, il web sembra diventato lo spazio dove le relazioni sociali si riappropriano della loro dimensione “umana”, nonostante (o proprio per) l’assenza di contatto veramente umano.
Il digitale soppianta la realtà anche in questa circostanza? Il problema è, secondo me, che forse la soppianta, ma sostanzialmente non la modifica né la migliora.
O forse mi sbaglio. Voi che ne dite?

le multinazionali del terrore

Un intervento molto interessante di Loretta Napoleoni, che ha scritto, tra gli altri suoi libri, anche “Economia canaglia“. Due cose mi hanno colpito: l’inconsistenza politica dei gregari del terrorismo e, alll’opposto, la grandissima competenza su economia e finanza di Mario Moretti, il leader storico delle Brigate Rosse.
Ma, ancora piu’ interessante, è la sua indagine sul flusso del denaro che circola nell’universo della criminalità, un universo parallelo che segue i cicli del nostro mondo: statalismo, privatizzazione, globalizzazione. Illuminante.

irrazionali e prevedibili (e quindi manipolabili)

Crediamo di essere razionali e padroni delle nostre azioni, ma sappiamo che non è così. Il potere cosiddetto occulto della pubblicità, dei media in generale, le manipolazioni che agiscono sulle nostre coscienze in tutti i sensi e in tutti i modi, ci mettono continuamente alla prova.

Questo video è illuminante a tal riguardo, e da un certo punto di vista, inquietante. Dan Ariely spiega con ironia ma molto efficacemente come si possono orientare le decisioni e le scelte delle persone.


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