Dove finisce la condivisione e inizia l’appropriazione indebita di materiali online?

Condividere è una bella cosa, in tutto: significa che tu accetti di mettere ciò che ti appartiene a disposizione degli altri. Una tua idea, un qualcosa che hai realizzato, un pensiero o semplicemente qualcosa che sai (ché la conoscenza, lo sappiamo, non viene meno se la condividiamo, anzi). Ciò presuppone che le persone siano corrette, abbiamo quello che si dice “senso civico” e comprendano il valore delle cose che facciamo, un valore che non è sempre quantificabile e monetizzabile.

C’è chi pensa che la Rete sia lo spazio dove si possa attuare questo criterio di condivisione in maniera ideale; altri sono meno fiduciosi, sostenendo che il web in realtà è solo un’estensione della realtà e, lungi da agire da filtro, ne traspone gli atteggiamenti e la mentalità.  Senza poi tener conto del fatto che mondo degli atomi e dei bit e non sono isolati, bensì intercomunicanti (grazie al cielo, aggiungo io).

Alcune settimane fa il caso di Repubblica che ha usato foto prese da Flickr (in cui poi è nato ovviamente un acceso dibattito); ora è la volta, forse meno eclatante ma non meno grave, di appropriazione indebita, diciamo così, di frasi e brani da un blog forse per farle passare come propri senza alcuno scopo se non la vanagloria, credo. Non sono esperto di tali pratiche, né quindi posso comprendere le dinamiche che le attivano. Però non mi sembrano una bella cosa.

Il discorso sarebbe molto più ampio e articolato, porterebbe al concetto di Creative Commons e dei diritti, d’autore o meno, che nella Rete sembrano anch’essi perdere consistenza per diventare astratti, trascurabili. Inesistenti. Come accade a molti concetti (di solito belli) anche nel mondo degli atomi.

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paola caruso, il precariato, la rete

Solo sabato sera Paola Caruso annunciava il suo sciopero della fame (e, inizialmente, della sete) per protesta contro la decisione dei vertici del Corriere della Sera di aver preferito un giovane appena uscito dalle scuole di giornalismo invece che attingere al – ricco – bacino di precari di cui fa uso (e a quanto pare abuso, visto che lei è lì da 7 anni sempre con contratti co.co. qualcosa).  Subito si è attivata una rete (nel vero senso del termine) di amici e conoscenti (tra cui io) che da Friendfeed, twitter, Facebook e dai loro blog diffondeva la notizia. Risultato: il casino messo su  (per chi vuole dettagli, trova un’ottima cronistoria qui) è stato tanto e tale che già domenica sera l’augusto Ferruccio De Bortoli rispondeva della situazione, dando ovviamente la sua versione dei fatti (come Paola del resto aveva dato la sua, quindi niente di scandaloso).

A me, personalmente, la versione di De Bortoli convince a metà e gli vorrei fare due domande semplici semplici: “le sembra normale tenere giornalisti precari per tanti anni?” (Sì, mi risponderebbe lui, perché la legge me lo consente). Allora vado con la seconda domanda: “Perché, visto che si era liberato un posto, non ha pensato ai suoi tanti precari, sicuramente di esperienza e capaci (non si tiene per 7 anni un incapace, per dire) e invece è andato a trovare un ragazzo di primo pelo, ingrossando così ulteriormente le fila dei precari, visto che, come dice Lei, quel posto non è a tempo indeterminato?”. Ovviamente un’azienda privata può comportarsi come diavolo vuole, in termini di assunzioni o altro. Però siccome io, come altri, sono uno dei suoi potenziali clienti, credo sia anche lecito capire meglio con chi ho a che fare per decidere a mia volta se continuare a essere un lettore della sua testata. Poi avrei un’altra domanda sulla crisi che lui pone come ragione per non fare assunzioni, forse non considerando i 35 milioni (lèggasi 35) che il Corriere prende come contributi statali. Ma non fa niente, passiamo sopra i 35 milioni, magari per lui son pochi.

Faccio invece tre brevi considerazioni:

1. Paola Caruso ha preso una decisione molto forte, e ovviamente forti – sia pro che contro – sono state le reazioni suscitate. Lo sciopero della fame può essere una scelta anacronistica, poco efficace, indubbiamente pericolosa per la propria salute, ma è una scelta sulla propria pelle e per questo, io, come ho già detto, la rispetto anche se posso non condividerla.

2. Personalmente consideroquella di Paola una scelta individuale che però interpreta un’esasperazione che non è solo quella sua, ma la stessa di tanti, troppi precari che da 10 anni a questa parte hanno alimentato una macchina mostruosa, la quale si accresce facendo leva proprio sul fatto di dare false speranze camuffate da “esperienza” e magari chiedendo anche di essere ringraziata perché almeno un’opportunità te la dà, beato te.

3. La rete di socialnetwork, blog e il tam tam digitale creato hanno messo in tale rilievo il caso di Paola che nemmeno a distanza di 24 ore De Bortoli era già “costretto” a rendere conto della situazione.  Cose che in altri tempi, come ha giustamente osservato qualcuno, non sarebbe mai successo senza un apparato istituzionale dietro. E questa constatazione dovrebbe, a prescindere dalla “fazione” cui si appartiene (pro o contro Paola e il suo sciopero della fame), far riflettere sulle potenzialità del web e la penetrazione che i social media hanno ormai sulla realtà contigente. Se solo lo vogliono.

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la compassione dei neuroni

No, non è il titolo di un libro tipo “La solitudine dei numeri primi” o cose del genere, è quello che mi è venuto in mente guardando questo interessante video (uno dei tanti che sgorgano dall’inesauribile fonte di TED). La compassione (nel senso etimologico di cumpati, cioè condividere insieme a qualcuno la stessa sua sofferenza) non è un qualcosa di indotto, ma di neuronale, quindi quanto di piu’ naturale e, oserei dire, “chimico” possibile. Questi “neuroni Ghandi”, come li chiama genialmente il neuroscienziato Vilayanur Ramachandran, sono attivi in ogni essere umano, anche il piu’ apparentemente insensibile, anche il piu’ crudele.
I buddisti dicono che dentro ognuno di noi c’è un potenziale Budda; la neuroscienza in pratica conferma, sotto un altro punto di vista, questa convinzione.
Non so se ciò possa dare uno spiraglio di speranza (sinceramente ne dubito), ma sicuramente è interessante.

digitali, ma piu’ umani?

Dan Ariely, nel suo Prevedibilmente irrazionale, ci ricorda che viviamo quotidianamente in un delicato equilibrio tra convenzioni sociali e regole di mercato: una sfera deve rimanere separata dall’altra, pena la sparizione della prima (la convenzione sociale) o comunque il suo svilimento.
Per dire, non possiamo ringraziare la suocera per il delizioso cenone di fine anno dandole una cifra in denaro che noi riteniamo congrua alla qualità del cibo. Non ci inviterebbe piu’ per molti anni, se non per sempre.
Il mondo delle regole di mercato, si sa, è spietato e “arido”: ma business is business, e siamo noi stessi i primi (magari stupendoci) che poi applichiamo questa regola quando è nel nostro interesse. Perché non dovrebbero farlo le banche, le aziende e in generale il mondo del lavoro?
E’ anche vero che sicuramente il mondo sarebbe migliore se fosse ispirato piu’ alle regole sociali che non a quelle di mercato, mentre invece sta accadendo esattamente l’opposto, con conseguente aridità progressiva dei rapporti umani e mercificazione-monetizzazione di ogni aspetto della nostra vita. Nessuno fa niente per niente e sembra che nella progressiva spersonalizzazione e disumanizzazione dei rapporti sociali le cose possano andare sempre peggio.
E invece.
E invece ecco i social media. I social media hanno riportato alla ribalta, paradossalmente, aspetti della vita che piu’ tradizionali e atavici non si può: l’uso di messaggi brevi-biglietti, il baratto (vedi i tanti social network dove è possibile scambiarsi gli oggetti che si possiedono), e il favore gratuito e disinteressato, addirittura la consulenza specialistica che nel mondo “reale” ti costerebbe una fortuna.
Provare per credere: fate una domanda in qualche social network o community su un problema, psicologico, tecnologico, sentimentale e verrete subissati di consigli, link, pareri, il tutto senza spendere un cent.
Insomma, se fuori dalla porta la solidarietà è merce sempre piu’ rara e la diffidenza impera, il web sembra diventato lo spazio dove le relazioni sociali si riappropriano della loro dimensione “umana”, nonostante (o proprio per) l’assenza di contatto veramente umano.
Il digitale soppianta la realtà anche in questa circostanza? Il problema è, secondo me, che forse la soppianta, ma sostanzialmente non la modifica né la migliora.
O forse mi sbaglio. Voi che ne dite?