la stampa più in crisi del Giappone

Chi mi conosce lo sa, leggo poco le testate della stampa italiana, tantomeno guardo i telegiornali italici, ormai parossistici serial di cronaca nera locale.
Con il diffondersi dei blog, si dice, l’informazione tradizionale va in crisi. E giustamente, dico io, se per informazione ufficiale intendiamo quello che ci propinano le testate nazionali sulla situazione in Giappone, per esempio.
I toni sempre sopra le righe del Corriere & Co. non fanno mai presagire niente di affidabile, e infatti poi basta una rapida occhiata a testate come il Guardian per vedere la differenza.
Ma non facciamo gli esterofili, avete ragione. Parliamo di stampa tradizionale e blog.
Ho la fortuna di avere un amico che vive in Giappone e da quel maledetto 11 marzo tendo sempre a sbirciare il suo blog prima anche che il sito della BBC. Poi quasi en passant leggo appena i titoli del Corsera e noto una notevole differenza, di tono e di sostanza, tra quanto dicono gli scribacchini prezzolati e la testimonianza di chi invece scrive per raccontare quello che veramente accade, con la sincerità di chi non ci guadagna niente, se non condividere la sua esperienza.
Ne volevo scrivere qualcosa a mia volta, ma ci ha pensato ottimamente lui stesso in questo post che vi invito a leggere per intero.
Ogni altro commento è superfluo.

Dove finisce la condivisione e inizia l’appropriazione indebita di materiali online?

Condividere è una bella cosa, in tutto: significa che tu accetti di mettere ciò che ti appartiene a disposizione degli altri. Una tua idea, un qualcosa che hai realizzato, un pensiero o semplicemente qualcosa che sai (ché la conoscenza, lo sappiamo, non viene meno se la condividiamo, anzi). Ciò presuppone che le persone siano corrette, abbiamo quello che si dice “senso civico” e comprendano il valore delle cose che facciamo, un valore che non è sempre quantificabile e monetizzabile.

C’è chi pensa che la Rete sia lo spazio dove si possa attuare questo criterio di condivisione in maniera ideale; altri sono meno fiduciosi, sostenendo che il web in realtà è solo un’estensione della realtà e, lungi da agire da filtro, ne traspone gli atteggiamenti e la mentalità.  Senza poi tener conto del fatto che mondo degli atomi e dei bit e non sono isolati, bensì intercomunicanti (grazie al cielo, aggiungo io).

Alcune settimane fa il caso di Repubblica che ha usato foto prese da Flickr (in cui poi è nato ovviamente un acceso dibattito); ora è la volta, forse meno eclatante ma non meno grave, di appropriazione indebita, diciamo così, di frasi e brani da un blog forse per farle passare come propri senza alcuno scopo se non la vanagloria, credo. Non sono esperto di tali pratiche, né quindi posso comprendere le dinamiche che le attivano. Però non mi sembrano una bella cosa.

Il discorso sarebbe molto più ampio e articolato, porterebbe al concetto di Creative Commons e dei diritti, d’autore o meno, che nella Rete sembrano anch’essi perdere consistenza per diventare astratti, trascurabili. Inesistenti. Come accade a molti concetti (di solito belli) anche nel mondo degli atomi.

nel tempo libero, cerchiamo il mouse

E’ interessante leggere Surplus cognitivo di Clay Shirky, e risulta ulteriormente stimolante farlo dopo aver letto la recensione di un suo acerrimo critico, Evgeny Morozov, trovata leggendo a mia volta un’altra recensione sul libro di Shirky, quella di Pandemia (credo si chiami serendipity del web, questa prassi di passare da un link all’altro). 

Morozov distingue due categorie di entusiasti di Internet, gli utopisti e i populisti, e annovera tra i secondi Shirky, riconoscendogli  con cio’ almeno il merito di muoversi con metodo e perseguire un progetto. Ma anche questo diventa un limite, secondo Morozov in quanto Shirky, come prima di lui Marshall Mc Luhan e tutti coloro che sono  system-builder “usano i dati come mattoni per erigere la loro teoria; se un elemento non si adatta al loro edificio teorico, lo scartano senza troppe remore.”
Inoltre, sempre a detta di Morozov, Shirky non considera alcuni indubbi meriti della televisione, bollandola come una perdita di tempo tout court e, soprattutto, decontestualizza i media, nuovi e vecchi, dal panorama sociale e politico dei tempi.

Ho riflettuto su questi punti e penso che da una parte Morozov ha le sue ragioni,  ma dall’altra se Shirky avesse dovuto tener conto di tutto questo, il suo libro avrebbe dovuto essere un saggio di diversi tomi, ognuno riguardante un aspetto di ogni problematica affrontata.

Secondo me, chiedendo troppo a Shirky si rischia proprio di sovrastimare il suo lavoro, che invece consiste in un gradevole libello in cui sono ben evidenti alcuni punti saldi non opinabili, in quanto dati di fatto incontrovertibili:

– La modalita’ di produzione mediatica non e’ piu’ quella “gutenberghiana” produttore vs. consumatore: gli spettatori ora possono intervenire e a loro volta creare e trasmettere materiale, diventando quindi “spettautori” (prendo in prestito il termine da un libro di Michele Mezza) connessi tra loro.

– Si tratta di un cambio di prospettiva completamente nuovo e sicuramente spiazzante soprattutto per coloro che in precedenza detenevano il monopolio della produzione  mediatica), ma  in molti campi  – primo tra tutti il giornalismo -la trasformazione risulta tanto evidente quanto inarrestabile.

– Che tutto questo sia positivo o negativo Shirky non lo dice esplicitamente, anzi spesso ripete che ci troviamo di fronte a una grande incognita e non ne nasconde i rischi e i pericoli. E se effettivamente trapela il suo ottimismo o il suo entusiasmo verso la Rete e in generale i social media, preferisce tuttavia presentare il nuovo quadro piuttosto come un’opportunita’ e una sfida che siamo chiamati a raccogliere e a sfruttare nel migliore dei modi, in quanto “in una cultura hai quel che celebri”.

Da parte sua Shirky  celebra la “filosofia del mouse”: come il figlio di un suo amico cercava dietro lo schermo televisivo il mouse per intervenire in quella che evidentemente trovava una fruizione troppo passiva del mezzo, allo stesso modo dovremmo intraprendere un nuovo rapporto con la comunicazione, cercando soprattutto nella condivisione con gli altri la chiave per declinare in maniera efficace e costruttiva il nuovo paradigma, tecnologico e allo tesso tempo sociale.

Ho letto Surplus cognitivo (Codice edizioni) grazie ad una copia omaggio ricevuta in formato elettronico dall’editore stesso tramitela piattaforma The Reviews Engine in cui possono partecipare tutti come potenziali recensori di ebook.

paola caruso, il precariato, la rete

Solo sabato sera Paola Caruso annunciava il suo sciopero della fame (e, inizialmente, della sete) per protesta contro la decisione dei vertici del Corriere della Sera di aver preferito un giovane appena uscito dalle scuole di giornalismo invece che attingere al – ricco – bacino di precari di cui fa uso (e a quanto pare abuso, visto che lei è lì da 7 anni sempre con contratti co.co. qualcosa).  Subito si è attivata una rete (nel vero senso del termine) di amici e conoscenti (tra cui io) che da Friendfeed, twitter, Facebook e dai loro blog diffondeva la notizia. Risultato: il casino messo su  (per chi vuole dettagli, trova un’ottima cronistoria qui) è stato tanto e tale che già domenica sera l’augusto Ferruccio De Bortoli rispondeva della situazione, dando ovviamente la sua versione dei fatti (come Paola del resto aveva dato la sua, quindi niente di scandaloso).

A me, personalmente, la versione di De Bortoli convince a metà e gli vorrei fare due domande semplici semplici: “le sembra normale tenere giornalisti precari per tanti anni?” (Sì, mi risponderebbe lui, perché la legge me lo consente). Allora vado con la seconda domanda: “Perché, visto che si era liberato un posto, non ha pensato ai suoi tanti precari, sicuramente di esperienza e capaci (non si tiene per 7 anni un incapace, per dire) e invece è andato a trovare un ragazzo di primo pelo, ingrossando così ulteriormente le fila dei precari, visto che, come dice Lei, quel posto non è a tempo indeterminato?”. Ovviamente un’azienda privata può comportarsi come diavolo vuole, in termini di assunzioni o altro. Però siccome io, come altri, sono uno dei suoi potenziali clienti, credo sia anche lecito capire meglio con chi ho a che fare per decidere a mia volta se continuare a essere un lettore della sua testata. Poi avrei un’altra domanda sulla crisi che lui pone come ragione per non fare assunzioni, forse non considerando i 35 milioni (lèggasi 35) che il Corriere prende come contributi statali. Ma non fa niente, passiamo sopra i 35 milioni, magari per lui son pochi.

Faccio invece tre brevi considerazioni:

1. Paola Caruso ha preso una decisione molto forte, e ovviamente forti – sia pro che contro – sono state le reazioni suscitate. Lo sciopero della fame può essere una scelta anacronistica, poco efficace, indubbiamente pericolosa per la propria salute, ma è una scelta sulla propria pelle e per questo, io, come ho già detto, la rispetto anche se posso non condividerla.

2. Personalmente consideroquella di Paola una scelta individuale che però interpreta un’esasperazione che non è solo quella sua, ma la stessa di tanti, troppi precari che da 10 anni a questa parte hanno alimentato una macchina mostruosa, la quale si accresce facendo leva proprio sul fatto di dare false speranze camuffate da “esperienza” e magari chiedendo anche di essere ringraziata perché almeno un’opportunità te la dà, beato te.

3. La rete di socialnetwork, blog e il tam tam digitale creato hanno messo in tale rilievo il caso di Paola che nemmeno a distanza di 24 ore De Bortoli era già “costretto” a rendere conto della situazione.  Cose che in altri tempi, come ha giustamente osservato qualcuno, non sarebbe mai successo senza un apparato istituzionale dietro. E questa constatazione dovrebbe, a prescindere dalla “fazione” cui si appartiene (pro o contro Paola e il suo sciopero della fame), far riflettere sulle potenzialità del web e la penetrazione che i social media hanno ormai sulla realtà contigente. Se solo lo vogliono.

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la compassione dei neuroni

No, non è il titolo di un libro tipo “La solitudine dei numeri primi” o cose del genere, è quello che mi è venuto in mente guardando questo interessante video (uno dei tanti che sgorgano dall’inesauribile fonte di TED). La compassione (nel senso etimologico di cumpati, cioè condividere insieme a qualcuno la stessa sua sofferenza) non è un qualcosa di indotto, ma di neuronale, quindi quanto di piu’ naturale e, oserei dire, “chimico” possibile. Questi “neuroni Ghandi”, come li chiama genialmente il neuroscienziato Vilayanur Ramachandran, sono attivi in ogni essere umano, anche il piu’ apparentemente insensibile, anche il piu’ crudele.
I buddisti dicono che dentro ognuno di noi c’è un potenziale Budda; la neuroscienza in pratica conferma, sotto un altro punto di vista, questa convinzione.
Non so se ciò possa dare uno spiraglio di speranza (sinceramente ne dubito), ma sicuramente è interessante.

digitali, ma piu’ umani?

Dan Ariely, nel suo Prevedibilmente irrazionale, ci ricorda che viviamo quotidianamente in un delicato equilibrio tra convenzioni sociali e regole di mercato: una sfera deve rimanere separata dall’altra, pena la sparizione della prima (la convenzione sociale) o comunque il suo svilimento.
Per dire, non possiamo ringraziare la suocera per il delizioso cenone di fine anno dandole una cifra in denaro che noi riteniamo congrua alla qualità del cibo. Non ci inviterebbe piu’ per molti anni, se non per sempre.
Il mondo delle regole di mercato, si sa, è spietato e “arido”: ma business is business, e siamo noi stessi i primi (magari stupendoci) che poi applichiamo questa regola quando è nel nostro interesse. Perché non dovrebbero farlo le banche, le aziende e in generale il mondo del lavoro?
E’ anche vero che sicuramente il mondo sarebbe migliore se fosse ispirato piu’ alle regole sociali che non a quelle di mercato, mentre invece sta accadendo esattamente l’opposto, con conseguente aridità progressiva dei rapporti umani e mercificazione-monetizzazione di ogni aspetto della nostra vita. Nessuno fa niente per niente e sembra che nella progressiva spersonalizzazione e disumanizzazione dei rapporti sociali le cose possano andare sempre peggio.
E invece.
E invece ecco i social media. I social media hanno riportato alla ribalta, paradossalmente, aspetti della vita che piu’ tradizionali e atavici non si può: l’uso di messaggi brevi-biglietti, il baratto (vedi i tanti social network dove è possibile scambiarsi gli oggetti che si possiedono), e il favore gratuito e disinteressato, addirittura la consulenza specialistica che nel mondo “reale” ti costerebbe una fortuna.
Provare per credere: fate una domanda in qualche social network o community su un problema, psicologico, tecnologico, sentimentale e verrete subissati di consigli, link, pareri, il tutto senza spendere un cent.
Insomma, se fuori dalla porta la solidarietà è merce sempre piu’ rara e la diffidenza impera, il web sembra diventato lo spazio dove le relazioni sociali si riappropriano della loro dimensione “umana”, nonostante (o proprio per) l’assenza di contatto veramente umano.
Il digitale soppianta la realtà anche in questa circostanza? Il problema è, secondo me, che forse la soppianta, ma sostanzialmente non la modifica né la migliora.
O forse mi sbaglio. Voi che ne dite?