la stampa più in crisi del Giappone

Chi mi conosce lo sa, leggo poco le testate della stampa italiana, tantomeno guardo i telegiornali italici, ormai parossistici serial di cronaca nera locale.
Con il diffondersi dei blog, si dice, l’informazione tradizionale va in crisi. E giustamente, dico io, se per informazione ufficiale intendiamo quello che ci propinano le testate nazionali sulla situazione in Giappone, per esempio.
I toni sempre sopra le righe del Corriere & Co. non fanno mai presagire niente di affidabile, e infatti poi basta una rapida occhiata a testate come il Guardian per vedere la differenza.
Ma non facciamo gli esterofili, avete ragione. Parliamo di stampa tradizionale e blog.
Ho la fortuna di avere un amico che vive in Giappone e da quel maledetto 11 marzo tendo sempre a sbirciare il suo blog prima anche che il sito della BBC. Poi quasi en passant leggo appena i titoli del Corsera e noto una notevole differenza, di tono e di sostanza, tra quanto dicono gli scribacchini prezzolati e la testimonianza di chi invece scrive per raccontare quello che veramente accade, con la sincerità di chi non ci guadagna niente, se non condividere la sua esperienza.
Ne volevo scrivere qualcosa a mia volta, ma ci ha pensato ottimamente lui stesso in questo post che vi invito a leggere per intero.
Ogni altro commento è superfluo.

gli emotivi e i razionali. orazion picciola su paola caruso.

A volte è utile confrontarsi con chi la pensa diversamente da te. Dico a volte perché quando l’altro si esprime per malafede, pregiudizi ed è volutamente indisposto ad ascoltare, allora  il dialogo è sconfortante. Anzi, non c’è proprio dialogo. Però quando si ha a che fare con un bel contraddittorio si ha sempre da imparare qualcosa sul punto di vista dell’altro. Perché, appunto, è una prospettiva diversa da cui vedere le cose.

Sul caso di Paola Caruso ho sentito (o meglio, letto) diverse posizioni e, a parte quelle dettate da malafede ed aperta ostilità aprioristica, credo sia possibile distinguere nella diatriba due gruppi ben distinti : gli emotivi da una parte, i razionali dall’altra.

Chi ha espresso infatti immediata solidarietà a Paola è stato accusato di aver agito per impulso, di pancia, come si dice, senza analizzare bene le ragioni e le conseguenze del gesto di Paola, la quale a sua volta è vista come la campionessa dell’emotività, con il suo gesto che di razionale (e molti dicono: di ragionevole) sembra non abbia niente.

Io, lo dico per chi non l’avesse capito, sono un emotivo, ma non è un vanto. Non è un vanto finché ho privilegiato l’emotività senza gestirla poi con la ragione. Però, quel poco che sono riuscito a ottenere nella vita (e dico poco ma è tutto: la mia famiglia, una casa, un lavoro) l’ho ottenuto partendo proprio da colpi di testa che tutti avevano giudicato irrazionali, folli. “Atti sconsiderati” dettati dalla mia notoria emotività. Ed era infatti così. Poi, però, a differenza di quando ero più giovane, ho saputo inserire una dose di razionalità sufficiente per gestire quei salti nel vuoto e renderli fruttuosi.

Non vorrei farla lunga e tediare, ma in sostanza il discorso penso possa essere riassunto così: per convincere una persona razionale devi tracciare il percorso minuziosamente, mapparlo e prevedere  ogni mossa, ogni eventualità. Ma si sa che serve a ben poco, perché l’imprevedibile è sempre in agguato. L’0rizzonte del razionale è limitato proprio dalla sua razionalità, che non gli permette di vedere altre soluzioni se non quelle che sono visibili (ma le soluzioni si creano, anche). Da parte loro, gli emotivi è facile convincerli, più difficile vederli però perseverare, perché subito trovano altre cause, altri impulsi che li trascinano altrove.
Ma razionalità ed emotività non sono necessariamente in collisione, come molti tendono a pensare (e asserire). Devono convivere, secondo me,  all’interno del nostro agire, perché spesso senza l’impulso istintivo non si riesce a intraprendere qualcosa di importante, ma senza razionalità non riusciamo a gestirlo e portarlo a termine. Insomma, parafrasando l’Ecclesiaste, “c’è un tempo per l’istinto e uno per la ragione. ”

Personalmente ritengo che per Paola sia giunto il momento di iniziare a gestire con lucidità quanto ha ottenuto finora. Che non è ancora tutto ciò che voleva, ma non è nemmeno poco. E se l’ha ottenuto è stato proprio soprattutto grazie alla sua parte emotiva, instintiva, che  le ha dato quell’incoscienza che molti chiamano coraggio, molti altri pazzia (se non peggio). Che si tratti veramente dell’uno o dell’altra, Paola lo deve dimostrare ora. Ragionando bene sui passi da fare e come farli.

E a stomaco pieno, si sa, si ragiona sempre meglio.

paola caruso, il precariato, la rete

Solo sabato sera Paola Caruso annunciava il suo sciopero della fame (e, inizialmente, della sete) per protesta contro la decisione dei vertici del Corriere della Sera di aver preferito un giovane appena uscito dalle scuole di giornalismo invece che attingere al – ricco – bacino di precari di cui fa uso (e a quanto pare abuso, visto che lei è lì da 7 anni sempre con contratti co.co. qualcosa).  Subito si è attivata una rete (nel vero senso del termine) di amici e conoscenti (tra cui io) che da Friendfeed, twitter, Facebook e dai loro blog diffondeva la notizia. Risultato: il casino messo su  (per chi vuole dettagli, trova un’ottima cronistoria qui) è stato tanto e tale che già domenica sera l’augusto Ferruccio De Bortoli rispondeva della situazione, dando ovviamente la sua versione dei fatti (come Paola del resto aveva dato la sua, quindi niente di scandaloso).

A me, personalmente, la versione di De Bortoli convince a metà e gli vorrei fare due domande semplici semplici: “le sembra normale tenere giornalisti precari per tanti anni?” (Sì, mi risponderebbe lui, perché la legge me lo consente). Allora vado con la seconda domanda: “Perché, visto che si era liberato un posto, non ha pensato ai suoi tanti precari, sicuramente di esperienza e capaci (non si tiene per 7 anni un incapace, per dire) e invece è andato a trovare un ragazzo di primo pelo, ingrossando così ulteriormente le fila dei precari, visto che, come dice Lei, quel posto non è a tempo indeterminato?”. Ovviamente un’azienda privata può comportarsi come diavolo vuole, in termini di assunzioni o altro. Però siccome io, come altri, sono uno dei suoi potenziali clienti, credo sia anche lecito capire meglio con chi ho a che fare per decidere a mia volta se continuare a essere un lettore della sua testata. Poi avrei un’altra domanda sulla crisi che lui pone come ragione per non fare assunzioni, forse non considerando i 35 milioni (lèggasi 35) che il Corriere prende come contributi statali. Ma non fa niente, passiamo sopra i 35 milioni, magari per lui son pochi.

Faccio invece tre brevi considerazioni:

1. Paola Caruso ha preso una decisione molto forte, e ovviamente forti – sia pro che contro – sono state le reazioni suscitate. Lo sciopero della fame può essere una scelta anacronistica, poco efficace, indubbiamente pericolosa per la propria salute, ma è una scelta sulla propria pelle e per questo, io, come ho già detto, la rispetto anche se posso non condividerla.

2. Personalmente consideroquella di Paola una scelta individuale che però interpreta un’esasperazione che non è solo quella sua, ma la stessa di tanti, troppi precari che da 10 anni a questa parte hanno alimentato una macchina mostruosa, la quale si accresce facendo leva proprio sul fatto di dare false speranze camuffate da “esperienza” e magari chiedendo anche di essere ringraziata perché almeno un’opportunità te la dà, beato te.

3. La rete di socialnetwork, blog e il tam tam digitale creato hanno messo in tale rilievo il caso di Paola che nemmeno a distanza di 24 ore De Bortoli era già “costretto” a rendere conto della situazione.  Cose che in altri tempi, come ha giustamente osservato qualcuno, non sarebbe mai successo senza un apparato istituzionale dietro. E questa constatazione dovrebbe, a prescindere dalla “fazione” cui si appartiene (pro o contro Paola e il suo sciopero della fame), far riflettere sulle potenzialità del web e la penetrazione che i social media hanno ormai sulla realtà contigente. Se solo lo vogliono.

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esempi di cattivo giornalismo

Magari sei lì che con il tuo caffè leggi un po’ di notizie online e disgraziatamente scegli una fonte di informazione made in Italy. Sì, avete capito il genere, le uniche testate online che sulla homepage mettono notizie come  “ecco la scena lesbo tra Eva Longoria e Penelope Cruz” o “Belen fermata alla frontiera senza permesso di soggiorno”.   Certo, poi non è che da simili premesse uno può aspettarsi chissà cosa. E infatti si incappa in questo tipo di articoli che dimostrano perfettamente che fine ha fatto il diritto di informazione: occhiello e titolo allarmisti – “il virus arriva nelle imprese”, laddove il tempo presente dovrebbe indicare, appunto, un fenomeno che si sta verificando nel presente; “straordinari e mascherine”, e uno si immagina mandrie di impiegati conciati più o meno come zorro  – e un contenuto in cui a poco a poco si è costretti a più miti congiuntivi, addirittura imperfetti (“qualora dovesse verificarsi…”) o espressioni più attenuative (“d’altro canto, però…”) per  concludere poi (quindi a fine articolo, dove si sa non arriva quasi nessuno) con affermazioni dell’intervistato di turno che negano in pratica l’assunto del titolo: “non registriamo sensibili variazioni di assenze riconducibili direttamente all’influenza A, semmai, essendo formato da donne il 65 per cento del nostro personale, da noi stiamo costatando un leggero aumento di assenze dei dipendenti per accudire i figli”*.

*Come qualsiasi normale influenza stagionale.