Albert Camus: la rivolta come necessità

Parecchi anni fa avevo scritto un articolo su uno dei miei autori preferiti, Albert Camus. Lo ripropongo in occasione del centenario della sua nascita. Buona lettura.

Il mio Calvino

Il 15 ottobre di 90 anni fa nasceva Italo Calvino, uno dei maestri della narrativa italiana e autore da me particolarmente amato. Bella l’iniziativa di twitteratura #invisibili per celebrare l’anniversario attraverso un hashtag a me particolarmente gradito in quanto dedicato al libro di Calvino che amo di più.

Ho letto per la prima volta Le città invisibili  durante un viaggio in Spagna e sin dal viaggio in aereo non ho potuto fare a meno di vedere le cose, le persone e soprattutto i luoghi attraverso la lente smerigliata del Marco Polo di Calvino e i suoi dialoghi-monologhi con Kublai Khan.
Forse è anche per questo che amo particolarmente Siviglia, perché è stata la prima delle città (in)visibili che ho vissuto in questo modo, interpretato e letteralmente letto cercando il più possibile di capire come l’avrebbe descritta al grande Kublai il veneziano di cui, incidentalmente, mi trovo a essere omonimo.

Ho trovato questo libro straordinario non solo per come è scritto e per le immagini che evoca, per le frasi che rimangono scolpite dentro – ma con una leggerezza che è tutta calviniana – ma anche perché ho trovato incredibile come tutte le città enumerate e descritte da Calvino siano impossibili e allo stesso tempo edificate su elementi del tutto reali, siano essi un dettaglio, uno stato d’animo, una particolare angolazione dello sguardo.

città invisibili“È l’umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su: davanzali, tende che sventolano, zampilli. Se ci cammini col mento sul petto […] i tuoi sguardi s’impiglieranno raso terra, nei rigagnoli, i tombini, le resche di pesce, la cartaccia.” Non è forse così per tutte le città in cui ci troviamo a passare, ad abitare, a visitare?

E che dire di Leonia, la cui “opulenza si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate per far posto alle nuove”?

O Adelma, “città dove si arriva morendo e in cui ognuno ritrova le persone che ha conosciuto”; o Ersilia, dove gli abitanti si spostano continuamente lasciando solo i fili delle relazioni intessute nel periodo in cui hanno vissuto nello stesso spazio.

Potrei andare avanti così, enumerandolte tutte, ognuna per una sua caratteristica particolare, per una sua qualità così vera che potremmo avvertirla ogni giorno nelle nostre città andando al lavoro .

È per questo che porto con me Le città invisibili ovunque vada, in ogni posto in cui ho vissuto (e non sono pochi, ormai); in ogni casa in cui ho abitato c’era, accanto al letto, la copia del libro gualcita, sottolineata, letta e riletta, consultata e piena di orecchie, come è di solito il libro che ci assomglia di più o a cui ci rivolgiamo nei momenti tristi come in quelli felici, per trovare risposte così come per cercare le domande giuste da formulare. 

Per omaggiare a mio modo Calvino e il suo libro, condivido qui un bel video in cui l’autore stesso spiega il perché dei nomi delle città e questo sito dove ha realizzato delle opere d’arte ispirate alle 55 città che si rivelano tutt’altro che invisibili a chi ha occhi capaci di vederle.

il milione di Marco Polo, ovvero: gli ombelichi del mondo

Tempo fa lessi un libro che può sembrare strano e poco comune, Il Milione  di Marco Polo.  Mi aveva sempre incuriosito, questo personaggio che tutti conoscono (spesso quando vivevo in Siria, al sentire il mio nome, molti aggiungevano “Marco Polo!!”) ma di cui penso pochi abbiano letto davvero l’opera. Ebbene, se siete tra i molti, come me, che non l’avevano fatto, vi consiglio di farlo quanto prima (ci sono edizioni ben fatte ed economicissime, poco più di 5 euro), perché è davvero una lettura emozionante, un vero e proprio viaggio nello spazio e nel tempo, l’avventura incredibile e reale di un uomo che, dapprima per ragioni commerciali, si addentrò poi nelle provincie più remote del regno mongolico di Kublai Kan anche spinto dalla propria inesauribile curiosità e voglia di conoscere (“li vizi umani e il valore”, direbbe l’Ulisse dantesco…,ma questa è un’altra storia). Leggendo le cronache di Polo, spesso scarne ed essenziali quanto, forse proprio per questo, affascinanti, ho pensato a cosa potesse significare, per un uomo del suo tempo, proveniente dalla Serenissima, allora centro commerciale del Mediterraneo, e per lui sicuramente centro del mondo conosciuto, spingersi in territori così lontani e diversi, viaggiare per tre (3) anni fino a raggiungere “Camblau”, la Pechino di allora, capitale dello sterminato impero del Gran Kan, sovrano sanguinoso e allo stesso tempo illuminato, tollerante quanto spietato, sicuramente intelligente, certamente incuriosito  e ammirato di fronte alla vivacità d’ingegno del giovane veneziano, a cui affidò via via incarichi sempre più importanti. E sembra di vederlo, il giovane Polo, sembra davvero di leggerle, le sue cronache al Kan scritte dalle provincie più sperdute dell’impero, al ritorno da mesi e mesi di cammino, tra foreste impervie e “cittadi e castella” ben costruiti, sembra di vederlo girare maliziosamente il capo di fronte alle belle orientali (“havvi donne belle, la carne bianca, e sono eleganti e ben fatte” dice più volte nel suo libro), o a curiosare tra le bisacce dei viaggiatori, tra le stadere dei mercati, nei sacchi di juta ai bordi di strade affollate da un’umanità varia e variopinta (uomini che si dipingono il corpo nelle foreste della Concincina, o che vanno a tatuarsi da esperti tatuatori nelle città del “Catai” orientale). E le usanze spesso crudeli ma anche sfarzose o incredibilmente delicate dei Mongoli (accenno solo al “matrimonio dei giovani morti” da parte dei genitori di bambini morti che vengono “fatti sposare” nel periodo in cui, se vivi, avrebbero raggiunto l’età giusta, le loro effigi che vengono bruciate in una cerimonia solenne, le volute di fumo delle due immagini che salgono al cielo fluttuando unite nel vento, in un delicatissimo ed etereo amplesso), tutto un mondo, o meglio tantissimi mondi ignoti ai suoi contemporanei e che lo stesso Polo visita e descrive con l’entusiasmo e lo sguardo limpido e stupefatto di chi credeva di vivere al centro del mondo e invece scopre che il mondo è molto più grande della nostra capacità di conoscere, e che di centri ne ha tanti, tante quante sono le culture, le usanze, le civiltà…

Ed anche ora, che dovremmo vivere in questo tanto celebrato villaggio globale (che poi non è altro che un rione troppo vasto e chiassoso, dove tutti gridano e nessuno ascolta), anche ora che di terrae incognitae non ce ne sono ormai più, sarebbe bello che anche per noi uomini del XXI secolo ci fosse un Marco Polo a ricordarci che non esiste un centro del mondo e tutto il resto è periferia, che la Terra di ombelichi ne ha parecchi, e cittadi e castella, e non dovremmo esaurire la nostra voglia di conoscere, di capire, di vedere. Ma non alla tv, ché la televisione non cerca più altro che la rappresentazione della rappresentazione, la fotocopia di una bella copia scritta a bella posta, per fini specifici.

E per cominciare il viaggio, prendiamo in mano una guida che vale più di ogni altra Lonely Planet, Il Milione, appunto, di Messer Polo, di cui nessuno vide né cercò tante meravigliose cose del mondo.

Le vie dei canti di Chatwin

Chatwin nel suo Le vie dei canti parla di una tribù aborigena la cui cosmogonia era costituita da dèi che creavano del mondo attraverso la semplice parola: bastava nominare una cosa perché questa si concretizzasse, e iniziasse a esistere. Il mondo, l’universo intero, con tutte le sue creature, le sue rocce, i suoi alberi, erano in pratica una epifania sonora, scaturiti dalla voce stentorea di questi dèi, che attraversavano il mondo seguendo percorsi invisibili, le vie dei canti, appunto, cartografia astratta e invisibile, presente se non nell’eco di ciò che furono quei canti. Chatwin parla anche di carte sulle quali gli aborigeni supponevano fosse tracciato il cammino di chi per primo nominò il mondo, creandolo, ma chi ha letto il libro sa benissimo di ciò di cui sto parlando, chi non l’ha letto ha ora una ragione in più per farlo, se trova l’argomento interessante. Da parte mia, non so perché ora mi viene in mente una cosa simile, ho letto quel libro più di venti anni fa, ma questa immagine dei sentieri senza impronte, fatti solo di vento che un tempo contenne e portò i nomi a farsi cosa, mi ha sempre affascinato. Sarà che piacerebbe a tutti, essere almeno un giorno un dio di questo tipo, un dio creatore delle cose solo nominandole, ed edificare così città, paesi interi, magari mondi e costellazioni, in una armonia possibile, questo sì, davvero soltanto a parole, nella meravigliosa teoria delle leggi fisiche che reggono il cosmo, le formule chimiche che sovrintendono alle nostre emozioni così come alle nostre digestioni. Gli assiomi matematici su cui si basano gli impalpabili flussi di bit che mi permettono ora di comunicare. Il mondo, come archetipo, intendo, sarebbe davvero un posto perfetto se fossero solo le formule, i nostri “canti” odierni, a governarlo. Un mondo nominato e quindi in sé esistente. Non ricordo chi disse che, secondo lui, la formula E=mc2 avrebbe dovuto essere esposta alla stregua di un quadro di Picasso, o di Leonardo, perché anch’essa rappresenta a suo modo un’opera d’arte, il risultato di un lavoro di un genio. Ripercorrendo a ritroso, le nostre peculiari vie dei canti abbiamo dato le parole ai canti creatori del Tutto: H2O, e abbiamo l’acqua. Una semplice compresenza di numeri e lettere esemplifica la complessità miracolosa di una cosa come la fonte di ogni vita, quella che ora gli scienziati americani sono tanto felici di aver trovato su Marte. Così importante, e così semplice. Due atomi di idrogeno, uno di ossigeno. Voilà. Ci voleva mica un dio a inventarla… Eppure, noi, progenie di scialacquatori, non siamo in grado nemmeno di preservarla. Trovare la formula non significa capire, a quanto pare.

la matematica di paolo nori

Il libro di Paolo Nori La matematica è scolpita nel granito si legge d’un fiato, il tempo di un viaggio in aereo andata e ritorno, come almeno è capitato a me. Il libro è stata la prima uscita della neonata casa editrice nativa digitale (che cioè non fa libri di carta, ma di bit) Sugaman, progetto editoriale di cui lo stesso Nori è parte integrante.

Devo confessare che non conoscevo Nori, ma ultimamente ne avevo sentito parlare, e bene. Per questo ho comprato volentieri questo suo libro, e devo dire che alla fine non ero affatto deluso.  Gradevole e divertente, scritto in uno stile tutto particolare che poi ho scoperto essere caratteristico di Nori, La matematica è scolpita nel granito è sostanzialmente la raccolta dei “diari” che Nori tiene ogni anno in occasione di un festival poetico  che si svolge a Seneghe in Sardegna, il Cabudanne de sos poetas

Nori ha un modo strano e affascinante di vedere e descrivere le cose: minimalista e profondo, ironico e a volte struggente, surreale eppure attentissimo alla realtà. Il tutto elaborato in un tessuto narrativo originale, solo apparentemente semplice e non grammarly correct. A me ha ricordato, non so perché, Bohumil Hrabal, uno scrittore ceco che amo molto e ho letto moltissimo in gioventù.

Due impressioni finali: pur essendo breve, il libro risulta un po’ ripetitivo, necessariamente direi, in quanto i Diari vengono scritti e letti da Nori ogni anno, ma la loro riproposizione all’interno di poco più di 100 pagine pone alcune identiche riflessioni a distanza molto più ravvicinata, risultando quindi un po’ ridondanti. L’altra impressione è che, avendo poi potuto assaggiare brani tratti da altri libri di Nori attraverso dei suoi video su Youtube mi è venuto il dubbio – o il timore – che alla lunga leggere i suoi libri sia un po’ stancante.

Ma diciamo che è un rischio che correrò volentieri.

Ritorno in e dalla Polonia (con la Szymborska)

Di nuovo sono tornato in Polonia per lavoro. Ormai per la terza volta.  Un breve soggiorno a Varsavia, appena una notte e due mezze giornate.
Ho portato come sempre con me un libro della Szymborska. L’ho aperto a caso, il giorno dell’arrivo all’hotel. Volevo riposare dopo il viaggio fatto all’alba, ma questi versi mi hanno fatto venire voglia di uscire e vivere la città in quella tiepida giornata assolata di primavera.

RINGRAZIAMENTO

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

E’ merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

mai fidarsi dei ricordi

Se vi chiedessero, per un grosso favore (un favore enorme, avete un problema gravissimo), di pagare una cifra irrisoria rispetto al vantaggio ottenuto e, in aggiunta, di prendere come ricordo un oggetto di scarso valore che vi appartiene? Accettereste?
E’ quello che fanno in molti, umani e alieni, mutanti e non, nel racconto di Mike Resnick Ricordi, ma ben presto se ne pentono.
Un investigatore interstellare, Gabe Mola, è incaricato di dare la caccia a questi ladri di ricordi (chiamati “zingari delle stelle”). Cinico e romantico come un Marlowe in tuta spaziale, Mola ha al suo fianco un giovanissimo collega alle prime armi ma dalle capacità molto acute.

Il caso è sicuramente strano: questi zingari delle stelle non rubano niente, anzi rispettano alla lettera gli accordi fatti con chi si affida a loro. In cambio dei loro preziosissimi servigi chiedono cifre modeste e un oggetto di scarso valore venale che appartiene ai loro clienti, che nel momento di estrema necessità non considerano la richiesta troppo significativa e si prestano ben volentieri a questo bizzarro scambio.

Eppure.

Un racconto ben cesellato che, come il precedente di Resnick pubblicato da 40KIl panchinaro, traspone in metafora sentimenti e stati d’animo, visualizzandoli in questo caso in mondi e dimensioni extraterrestri ma non per questo meno umani.

Al lettore viene spontaneo farsi un rapido esame e sono sicuro che molti di voi penseranno – come me – che nel loro caso non funzionerebbe, non hanno oggetti dal valore affettivo così alto da farli cadere in disperazione se venissero perduti.

Eppure.

Eppure non vorrei trovarmi affatto nella condizione di dover accogliere una simile proposta, perché con i ricordi non si scherza.