nostalgia di suoni strani

A chi mi chiede cosa mi manca dell’Italia rispondo spesso in modo vago, non insincero, ma parziale, impreciso: gli amici, certo, la famiglia, il cibo (certo cibo), i paesini. Ma sono assenze ovvie, cui si fa il callo, volenti o nolenti. Le si mette in conto quando si parte e ancor più quando di decide di restare.
Diverso è dire che mi manca il dialetto. Non il mio in particolare (o non solo), ma il dialetto in generale, gli accenti e le inflessioni diverse da ascoltare, da riconoscere, da assaporare. Una delle ricchezze dell’Italia sta nella sua lingua tanto ricca nelle sue sfumature e nelle sue derivazioni, capaci di cambiare dopo appena pochi chilometri.
Vivere all’estero ti priva di molte cose, ma io sento sempre più spesso ormai quasi solo questa: questo viaggio linguistico continuo, dove le volgarità si alternano alle arguzie, alle battute salaci, geniali.
E ogni volta che torno in Italia le cerco, tendo le orecchie e sorrido ogni volta che le capto.

Fateci caso, quando vi capita.

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fotografie

Un mio vecchio breve (brevissimo) racconto.

Fotografie

Gli piaceva sedersi su quella pietra al sole. Veniva lì in auto, quando aveva tempo, anche solo un’ora. Portava con sé un libro, ora che il cane era morto. Sapeva però che sarebbe stato lì ad osservare il mare, semplicemente. Poi si sarebbe addormentato per un po’, cullato dalla nenia delle onde e dal tepore del sole. Fu così anche quella volta: il mare era calmo e pigro, pareva un animale assonnato. Quando si svegliò, sulla spiaggia c’era più gente. Per lo più coppie, più o meno giovani. Pensò a Giulia, e a quella volta che era venuto lì con lei.
Un uomo fotografava la moglie che con la mano toccava il lembo del mare. Ci volle un po’ prima che l’onda arrivò a lambirle le dita. Lei rideva in modo stupido, il marito aspettava paziente.

Lui pensò che la cosa fosse piuttosto idiota, e si chiese cosa spingesse la gente a fare fotografie. Non amava farsi fotografare, e del resto non aveva foto con Giulia. Aveva solo foto di Giulia, da sola. Sorrideva all’obbiettivo, e aveva occhi irrequieti.
Un’altra coppia passò sottobraccio; non parlavano, e guardavano il mare con aria assente.
Giulia amava tirare i sassi piatti e farli saltare sulla superficie del mare. Esultava quando ci riusciva bene, e lui l’abbracciava.
Un pescatore tirò fuori tutto il suo materiale da una borsa e gettò l’esca in acqua; lui ebbe voglia di avvicinarglisi e parlarci un po’. Poi rinunciò, pensando che non sarebbe servito a niente.
Giulia amava il caldo, il mare, e tutto quello che era l’estate. Lui no. Forse era questo, pensò.
Aveva usato il libro come cuscino, la giacca come materasso, e sulla roccia intiepidita dal sole dormire era piacevole. La guardò un’ultima volta, prima di andare. Poi guardò il mare, e poi l’orizzonte senza navi. Un bambino passò chino sulla spiaggia, cercava conchiglie. Ma la spiaggia dopo l’estate restituisce solo i residui dei bagnanti, lattine arrugginite, tubetti di protezioni solari spremuti, tappi di bibite, fazzoletti di carta usati. Talvolta, qualche foglio di rivista estiva restava impigliato sotto i sassi, e il sole e la pioggia non riuscivano a divorarlo. Era così che l’estate resisteva al freddo autunnale, e serbava la sua impronta. Guardò tutto ciò con occhi senza desideri, poi si incamminò verso l’auto. Dentro la macchina era caldo e la polvere si diffondeva in pulviscolo.

Su un poggio, turisti scattavano foto, e si mettevano in posa sorridenti.

Odore di terra

Da bambino si divertiva a prendere tra le mani zolle di terra e frantumarle una contro l’altra, lasciando che le mani si intridessero di quell’odore che lui amava così tanto, e che gli ricordava il padre quando lavorava i campi, e lui a corrergli intorno a caccia di vermi e radici che come vene e arterie, o sottilissimi capillari attraversavano il suolo, il corpo della terra, quel corpo a volte rigonfio di pioggia a volte esile e solcato da crepe come rughe, quando non pioveva mai, e il padre vegliava preoccupato sui campi, gli occhi cupi e tristi sopra il fumo della sigaretta. Zolle di terra. Anche ora era tutto quello che voleva. Per questo si svegliò all’alba, che Marta ancora dormiva, e se ne uscì con il cane dove il terreno era ancora imbevuto di rugiada, e permeato dal fresco della notte che aveva appena voltato le spalle al mondo, al suo mondo, almeno. Ed eccolo lì, come da bambino, con il cane a imitarlo, scavando tra le zolle, a rasparle con le sue unghie, a frantumarle ed annusarle, come dentro ci fosse chissà quale tesoro. Tutta la sua infanzia, in quei gesti, in quell’odore, in quelle mani rosse di terra, i pantaloni umidi e le scarpe intrise fino alla caviglia. Era questa, la felicità, almeno oggi, almeno in quel momento. Felicità che è anche voglia di piangere, di sentirsi addosso qualcosa che da tanto non senti più, qualcosa di greve e leggero, struggente e lontano, perduto ma, solo per quel momento, ritrovato, e riafferrato. Tutto in quelle zolle di terra, in quel sentore di umido e concreto. Era, felice, pensò, che alla fine di tutto sarebbe tornato alla terra, sarebbe stato un tutt’uno con essa, lo stesso odore, lo stesso colore. Le stesse radici ad attraversare anche il suo corpo, a sostituirsi alle sue vene ormai esangui e secche. Tornò a casa così, come quando da bambino la madre lo rimproverava dopo una partita di calcio sotto la pioggia. Si svestì malvolentieri, mentre Marta ancora dormiva. Volle infilarsi a letto odoroso di terra, con qualche scaglia ancora tra le unghie, con il corpo umido e, così gli piaceva immaginare, saturo degli umori che attraversano il suolo, la rugiada, le piogge passate e il sentore di quelle che verranno, i pampini che di lì a poco avrebbero dato vino, l’albero del noce poco lontano, il melo del padre ancora generoso di frutti, il cielo, che si posava su tutta quella terra come un enorme tendaggio pronto a tendersi alle prime luci del sole. Marta, ancora nel dormiveglia, gli si avvicinò e lo abbracciò, e a lui parve che, sentendo il suo nuovo odore, atteggiasse la sua bocca ad un sorriso di gratitudine. Ora era tra le braccia della felicità, intriso di felicità, odorante di felicità. Accarezzò Marta con le mani che lasciavano sui suoi capelli un pulviscolo terroso e fertile, che, ne era sicuro, avrebbe presto dato i suoi frutti.

inciampando nei simboli

Quando vivevo in Siria la domanda che più mi veniva rivolta (oltre alla fatidica “sei sposato?”) era “Cosa significa il tuo nome?”. La Siria infatti è uno di quei paesi in cui ogni nome ha un significato. Il Nome Nada (con l’accento sull’ultima a) significa “rugiada”, per esempio. Wassim significa “bello”, Firas è “leone”, Nour è la luce, Kinan significa “faretra” (pensate un po’, un ragazzo che si chiamafaretra), e così via. Ed Erano delusi quando scoprivano che per noi non è così. Il mio nome, rispondevo sempre, non ha significato. Marco significa Marco. E se prima, ai tempi dei nostri avi romani, aveva un suo appiglio mitologico, un suo senso recondito (deriva da Mars, dio della guerra), ormai è solo un suono, che i genitori scelgono perché gli sembra piacevole, perché era il nome di un nonno, perché hanno visto un film con un personaggio che si chiamava così, perché è di moda. Ma a me, lo confesso, questa cosa dei nomi che hanno un significato intriga molto. Mi ricorda gli indiani d’America, con i loro nomi suggestivi e aerei, o anche i nomi asiatici, dai significati delicati e suadenti. Mi ricordo che durante un viaggio in Corea del Sud, gli amici coreani mi avevano ribattezzato hanl, che significa “cielo”. Bello, no? E’ curiosa e sintomatica questa cosa del significato dei nomi. Del significato delle cose, in generale. Da secoli l’uomo non fa che dare significati a tutto: ai numeri, ai colori, alle parti del corpo, ai voli degli uccelli, al giorno di nascita, ad un banale ronzio all’orecchio (“ti pensa qualcuno…”). Mi viene in mente, per tutti, quel geniaccio di Dante che si aggirava con disinvoltura tutta medievale nell’intricato labirinto di simboli, allegorie, figure, riflessioni morali. Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita…    La selva che non

è solo selva, oscura che significa più di quanto possa dire il semplice aggettivo, e poi il leone che è la superbia, Beatrice come allegoria, in un continuo dipanarsi di figure allegoriche, di simboli che richiamano altri simboli, porte che conducono a passaggi per arrivare a nuove porte, la semplice realtà che non è quello che sembra, ma solo una mappa con la quale decodificare il mondo, parola per parola, oggetto dopo oggetto, immagine dopo immagine, e giungere a tutta un’altra interpretazione delle cose, e di noi stessi.

Ogni tanto mi viene da pensare che anche quanto da me è stato vissuto finora sia un percorso cifrato, una crittografia in cui mi sono inconsapevolmente mosso senza cogliere il vero senso di tutto ciò che ho visto, fatto, vissuto.  Ad un tratto mi sono sentito come una di quelle figure dei geroglifici egiziani, o scolpite nei templi aztechi, uno di quegli omini perduti in un mondo fatto di simboli, di serpenti piumati, di occhi enormi che si alternano, come una punteggiatura misteriosa, a teorie di animali mitologici, mostri della mente che rappresentano paure, idee, minacce altrimenti invisibili, impalpabili, ma non per questo meno spaventose, per noi esseri impauriti e impauribili. O forse sono io la punteggiatura, la trascurabile virgola replicabile da qualsiasi altro omino, e loro il vero codice d’accesso al vero senso di questa scrittura, di questo mondo così spesso incomprensibile, e che a volte sembra addirittura insensato, ma sicuramente è solo la nostra scarsa capacità di interpretare le cose, gli eventi, le persone; abbiamo perso l’abitudine e l’abilità nel farlo, o meglio ci vogliono cancellare questa capacità, ne hanno paura, e il mondo, pur se apparentemente più a portata di mano, ci sfugge sempre di più, perché la foresta di simboli è sempre più frondosa e inestricabile, e i nostri mezzi sempre più miseri, involgariti, banalizzati, imbarbariti. Dal geroglifico stiamo involvendo al graffito rupestre, al mammut stilizzato, alla paura primitiva del fuoco, in un cammino a ritroso che ci spinge ad affidarci ancora ad amuleti, a pozioni miracolose, a chirurgie improbabili, a cabale e gesti scaramantici, dove i simboli si offuscano e diventano solo paure buie, senza spiegazione, prive di significato e per questo ancora più terribili. Eppure, lo sforzo sta proprio in questo. Di non perdere la capacità, e a volte anche il piacere, di esercitare il nostro intelletto nel gioco interpretativo, nella lettura attenta e ponderata degli eventi, per trovare, prima o poi, il filo in grado di condurci fuori dal labirinto, come fu per il dono di Arianna al suo amato Teseo, eroe del labirinto all’interno del quale, guarda caso, c’era proprio un mostro che sembrava invincibile.

se sei un uomo

Se sei un uomo, fatti avanti. Se sei un uomo, dimostramelo (e menami, ovvio). Se sei uomo, sii prolifico. Se sei uomo, aggredisci per primo. Se sei un vero uomo, non lasciargliela passare liscia. Se sei un vero uomo, sputagli in faccia. Ma che uomo sei?, hai paura? Se sei un uomo, fagli vedere chi sei. Anche se non hai una donna, devi sentirti uomo, qualche volta (e quindi andare a puttane).

Non so, tutta questa apologia della virilità, cinematografica e quotidiana, a me, ha fatto sempre un po’ ridere. Si spacciano come peculiarità dell’essere “uomo” tutti comportamenti e atteggiamenti precipuamente animali: anche i conigli sono prolifici, ogni animale combatte per una femmina o per un territorio, gli animali non conoscono certo il perdono e, per quanto riguarda il sesso senza sentimenti, sono maestri imbattibili.

Mai che si dica: se sei uomo, usa ciò che ti differenzia dagli animali: la ragione, il pensiero, i sentimenti. Mai.

il milione di Marco Polo, ovvero: gli ombelichi del mondo

Tempo fa lessi un libro che può sembrare strano e poco comune, Il Milione  di Marco Polo.  Mi aveva sempre incuriosito, questo personaggio che tutti conoscono (spesso quando vivevo in Siria, al sentire il mio nome, molti aggiungevano “Marco Polo!!”) ma di cui penso pochi abbiano letto davvero l’opera. Ebbene, se siete tra i molti, come me, che non l’avevano fatto, vi consiglio di farlo quanto prima (ci sono edizioni ben fatte ed economicissime, poco più di 5 euro), perché è davvero una lettura emozionante, un vero e proprio viaggio nello spazio e nel tempo, l’avventura incredibile e reale di un uomo che, dapprima per ragioni commerciali, si addentrò poi nelle provincie più remote del regno mongolico di Kublai Kan anche spinto dalla propria inesauribile curiosità e voglia di conoscere (“li vizi umani e il valore”, direbbe l’Ulisse dantesco…,ma questa è un’altra storia). Leggendo le cronache di Polo, spesso scarne ed essenziali quanto, forse proprio per questo, affascinanti, ho pensato a cosa potesse significare, per un uomo del suo tempo, proveniente dalla Serenissima, allora centro commerciale del Mediterraneo, e per lui sicuramente centro del mondo conosciuto, spingersi in territori così lontani e diversi, viaggiare per tre (3) anni fino a raggiungere “Camblau”, la Pechino di allora, capitale dello sterminato impero del Gran Kan, sovrano sanguinoso e allo stesso tempo illuminato, tollerante quanto spietato, sicuramente intelligente, certamente incuriosito  e ammirato di fronte alla vivacità d’ingegno del giovane veneziano, a cui affidò via via incarichi sempre più importanti. E sembra di vederlo, il giovane Polo, sembra davvero di leggerle, le sue cronache al Kan scritte dalle provincie più sperdute dell’impero, al ritorno da mesi e mesi di cammino, tra foreste impervie e “cittadi e castella” ben costruiti, sembra di vederlo girare maliziosamente il capo di fronte alle belle orientali (“havvi donne belle, la carne bianca, e sono eleganti e ben fatte” dice più volte nel suo libro), o a curiosare tra le bisacce dei viaggiatori, tra le stadere dei mercati, nei sacchi di juta ai bordi di strade affollate da un’umanità varia e variopinta (uomini che si dipingono il corpo nelle foreste della Concincina, o che vanno a tatuarsi da esperti tatuatori nelle città del “Catai” orientale). E le usanze spesso crudeli ma anche sfarzose o incredibilmente delicate dei Mongoli (accenno solo al “matrimonio dei giovani morti” da parte dei genitori di bambini morti che vengono “fatti sposare” nel periodo in cui, se vivi, avrebbero raggiunto l’età giusta, le loro effigi che vengono bruciate in una cerimonia solenne, le volute di fumo delle due immagini che salgono al cielo fluttuando unite nel vento, in un delicatissimo ed etereo amplesso), tutto un mondo, o meglio tantissimi mondi ignoti ai suoi contemporanei e che lo stesso Polo visita e descrive con l’entusiasmo e lo sguardo limpido e stupefatto di chi credeva di vivere al centro del mondo e invece scopre che il mondo è molto più grande della nostra capacità di conoscere, e che di centri ne ha tanti, tante quante sono le culture, le usanze, le civiltà…

Ed anche ora, che dovremmo vivere in questo tanto celebrato villaggio globale (che poi non è altro che un rione troppo vasto e chiassoso, dove tutti gridano e nessuno ascolta), anche ora che di terrae incognitae non ce ne sono ormai più, sarebbe bello che anche per noi uomini del XXI secolo ci fosse un Marco Polo a ricordarci che non esiste un centro del mondo e tutto il resto è periferia, che la Terra di ombelichi ne ha parecchi, e cittadi e castella, e non dovremmo esaurire la nostra voglia di conoscere, di capire, di vedere. Ma non alla tv, ché la televisione non cerca più altro che la rappresentazione della rappresentazione, la fotocopia di una bella copia scritta a bella posta, per fini specifici.

E per cominciare il viaggio, prendiamo in mano una guida che vale più di ogni altra Lonely Planet, Il Milione, appunto, di Messer Polo, di cui nessuno vide né cercò tante meravigliose cose del mondo.

La città di vento

Ripropongo una cosa scritta ormai 8 anni fa, perduta nel mio precedente blog ormai defunto, ma non per questo tutto da buttare. Almeno credo.

La città di vento

Era continuamente scossa dai fremiti dei palmizi sul mare, dalle ombre irrequiete che macchiavano muri, dalle tende che sbattevano sui pali. Gli sguardi degli abitanti erano sfuggenti, aguzzi, modellati dalle raffiche e levigati dalle brezze, scarni e sottili, sempre alla ricerca di qualcosa, forse un riparo, forse l’estrema bufera che li portasse via da lì. La città non aveva strade maestre, ma solo un reticolo inestricabile di vicoli in cui si sperava di poter sconfiggere il vento, di poterlo sfibrare in tanti rivoli per poi ridurlo, esangue, ad un refolo innocuo, ad una carezza serale d’aria di fine estate, come in tante altre città in cui le persone erano felici, e avevano movenze normali, e sogni quieti, sguardi che si appoggiavano docilmente sulle cose, sugli oggetti di ogni giorno, sugli occhi di chi amano. Invece, qui no. Qui tutto era strappato, sfrangiato, i passi delle persone erano un balletto brusco e nervoso, i loro gesti sempre tormentati, le mani a coprire gli occhi, o la bocca, o le orecchie, dalla sabbia, dalla polvere, dall’ululato continuo con cui le raffiche si riversavano in quei viottoli che, ben lungi dall’essere una trappola, diventavano una cassa di risonanza ancora più cupa e tentacolare. Le finestre delle case erano perennemente chiuse, le imposte sbarrate; le porte delle abitazioni, se appena venivano lasciate aperte, si richiudevano di schianto, con un clangore di catenacci e ferri, e la pesantezza del loro spessore. Ma tutta la città era un mormorio sinistro: le insegne delle bettole che cigolavano al vento, scatole di latta che rotolavano senza fine sull’acciotolato squamoso delle vie più erte, bottiglie vuote che si scontravano tra loro in tintinnii continui, ispidi, irritanti; le grida querule e rauche degli ambulanti sempre attenti a non far volar via la loro merce, gli ululati dei cani affamati che vagavano sbandati senza meta. Una città in cui non c’era inverno, né estate, né altra stagione. Solo vento. Vento ogni giorno dell’anno, ogni istante, ogni notte, vento dall’alba al tramonto, vento nei pensieri e nelle parole delle persone. Tutto sembrava fatto solo di questo, anche le mura degli edifici, in fondo non erano altro che concrezioni di tutto ciò che il vento aveva portato fin lì, solidificazioni della sua violenza, monumento al suo dominio incontrastato, risultato estremo della sua potenza. La città di vento non fu mai attaccata da nessun nemico, mai nessuna orda barbarica la assediò, gli eserciti anzi si tennero sempre ben lontani da quel posto così inospitale e singolare. La pace degli uomini era l’unica consolazione per quella città, in cui il vento sembrava aver stabilito la sua dimora. Nessuno la distrusse mai, solo si sbriciolò a poco a poco. L’ostilità dei propri abitanti la consumò, come il vento, e lentamente si ritrasse in sé stessa, si contrasse come una duna del deserto, meno case abitate ogni anno, vie che non conducevano più a nulla, ogni anno più abitanti in fuga. Fu come una mano che a poco a poco si chiude, come un lago che si prosciuga ignorato da fiumi e piogge, come un ricordo lontano che di giorno in giorno perde i contorni, i dettagli, i colori. Ora, dove prima c’era la città di vento, si erge solo una collina brulla, arida e isolata. Non soffia mai il vento lì, e l’aria è immota e irreale, anche nei giorni in cui altrove c’è tempesta, e gli alberi si piegano.