paola caruso, il precariato, la rete

Solo sabato sera Paola Caruso annunciava il suo sciopero della fame (e, inizialmente, della sete) per protesta contro la decisione dei vertici del Corriere della Sera di aver preferito un giovane appena uscito dalle scuole di giornalismo invece che attingere al – ricco – bacino di precari di cui fa uso (e a quanto pare abuso, visto che lei è lì da 7 anni sempre con contratti co.co. qualcosa).  Subito si è attivata una rete (nel vero senso del termine) di amici e conoscenti (tra cui io) che da Friendfeed, twitter, Facebook e dai loro blog diffondeva la notizia. Risultato: il casino messo su  (per chi vuole dettagli, trova un’ottima cronistoria qui) è stato tanto e tale che già domenica sera l’augusto Ferruccio De Bortoli rispondeva della situazione, dando ovviamente la sua versione dei fatti (come Paola del resto aveva dato la sua, quindi niente di scandaloso).

A me, personalmente, la versione di De Bortoli convince a metà e gli vorrei fare due domande semplici semplici: “le sembra normale tenere giornalisti precari per tanti anni?” (Sì, mi risponderebbe lui, perché la legge me lo consente). Allora vado con la seconda domanda: “Perché, visto che si era liberato un posto, non ha pensato ai suoi tanti precari, sicuramente di esperienza e capaci (non si tiene per 7 anni un incapace, per dire) e invece è andato a trovare un ragazzo di primo pelo, ingrossando così ulteriormente le fila dei precari, visto che, come dice Lei, quel posto non è a tempo indeterminato?”. Ovviamente un’azienda privata può comportarsi come diavolo vuole, in termini di assunzioni o altro. Però siccome io, come altri, sono uno dei suoi potenziali clienti, credo sia anche lecito capire meglio con chi ho a che fare per decidere a mia volta se continuare a essere un lettore della sua testata. Poi avrei un’altra domanda sulla crisi che lui pone come ragione per non fare assunzioni, forse non considerando i 35 milioni (lèggasi 35) che il Corriere prende come contributi statali. Ma non fa niente, passiamo sopra i 35 milioni, magari per lui son pochi.

Faccio invece tre brevi considerazioni:

1. Paola Caruso ha preso una decisione molto forte, e ovviamente forti – sia pro che contro – sono state le reazioni suscitate. Lo sciopero della fame può essere una scelta anacronistica, poco efficace, indubbiamente pericolosa per la propria salute, ma è una scelta sulla propria pelle e per questo, io, come ho già detto, la rispetto anche se posso non condividerla.

2. Personalmente consideroquella di Paola una scelta individuale che però interpreta un’esasperazione che non è solo quella sua, ma la stessa di tanti, troppi precari che da 10 anni a questa parte hanno alimentato una macchina mostruosa, la quale si accresce facendo leva proprio sul fatto di dare false speranze camuffate da “esperienza” e magari chiedendo anche di essere ringraziata perché almeno un’opportunità te la dà, beato te.

3. La rete di socialnetwork, blog e il tam tam digitale creato hanno messo in tale rilievo il caso di Paola che nemmeno a distanza di 24 ore De Bortoli era già “costretto” a rendere conto della situazione.  Cose che in altri tempi, come ha giustamente osservato qualcuno, non sarebbe mai successo senza un apparato istituzionale dietro. E questa constatazione dovrebbe, a prescindere dalla “fazione” cui si appartiene (pro o contro Paola e il suo sciopero della fame), far riflettere sulle potenzialità del web e la penetrazione che i social media hanno ormai sulla realtà contigente. Se solo lo vogliono.

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