piazza, bella piazza…

Vivendo all’estero, capita di pensare, o di sentirti chiedere: “cosa ti manca dell’Italia?”. Devo dire che, dopo averci pensato un po’, sono giunto alla conclusione che quello di cui sento più la mancanza è una piazza. No, leggete bene, non ho detto “pizza”, quella ormai la si trova un po’ dappertutto, anche se come la fanno da noi (ma da noi dove?)…
No, trattasi proprio dello spazio urbano aperto dove confluiscono strade e vicoli e dove sorge spesso (quasi sempre, in Italia) una chiesa. A volte è il cratere spento di un antico teatro o circo romano, altre volte il retaggio ancora vivido di un passato medievale; altre ancora la cristallizzazione del pensiero rinascimentale fatto di prospettive, di punti di fuga, di eleganti facciate, di misure simmetriche.
Insomma, una piazza. Sembra niente, per chi ci è abituato. E’ quando non ce l’hai più che ti prende la mancanza. Quando vaghi per una città e cerchi a destra e a sinistra, eppure ci deve pur essere l’oasi, la pausa sullo spartito, la bolla in cui puoi permetterti di capovolgere il mondo e si mette a nevicare, e allora alzi il naso per la meraviglia o per assaporare la quiete del momento.
E invece no. Giri e rigiri, adocchi caffè, tavolini all’aperto, panchine, ma di piazze neanche l’ombra. Solo slarghi in cui la vita scorre allo stesso modo, solo prendendo più spazio. E il colmo è quando poi vivi in un posto in cui la piazza è stata inventata. Voglio dire, l’agorà. Ecco, in Grecia non ci sono piazze. O almeno non nel senso che gli diamo noi italiani. Un senso non solo urbanistico, ma mentale. Direi esistenziale.
Qui ad Atene c’è l’agorà di Pericle, ma non quella dell’ateniese contemporaneo. E agorà non significa più piazza, ma “mercato”. C’è da dire che anche nel passato l’agorà era il luogo del mercato, e quindi della socialità. Non esistendo ancora l’aperitivo e il caffè all’aperto, era ovviamente il mercato il momento e il luogo deputato all’incontro, alla socialità e alla socializzazione.
Questa caratteristica è rimasta in Medio Oriente, dove il concetto di “piazza” è quasi del tutto assente (a meno che non si vada in luoghi colonizzati dai francesi), ma è ben presente quello di “mercato”, che viene quindi a sovrapporsi e combaciare benissimo con il suo corrispettivo occidentale. Il suq, del resto, è anche nella nostra coscienza collettiva di occidentali “il” luogo orientale per eccellenza. Basta dire “suq” che infatti i nostri neuroni occidentalizzati sprigionano afrori di spezie e immagini di tuniche fruscianti tra palmizi e città color sabbia.
Non è proprio così, ma forse è anche più pittoresco e interessante. Meno oleografico, ma sicuramente suggestivo. A parte questo, è del concetto che qui si parla. E il concetto è lo stesso: agorà/mercato-suq-socialità. Solo che la piazza si dilata in ampiezza, il suq in lunghezza. E’ una socialità mobile, non statica, verrebbe da dire. In piazza ti siedi, magari sui gradini di una chiesa o sui bordi della fontana e chiacchieri, mangi, aspetti qualcuno per un appuntamento, cose così. Nel suq no, ti devi muovere, devi spostarti seguendo il flusso degli altri che sono lì con te, e sono lì perché devono comprare, guardare, contrattare. Ecco, la pausa-momento di socialità forse è lì, al momento dell’acquisto. In Medio Oriente, per comprare qualsiasi cosa potete impiegarci anche un’ora. E’ in quel momento infatti che ci si siede, il venditore ti offre un tè e inizia la trattativa. E nella trattativa, paradossalmente, il prezzo assume quasi un valore secondario. L’importante è stare lì, fermarsi in una bottega e tra un’offerta e l’altra parlare di sé e ascoltare il venditore che magari è stato in Italia (o conosce qualcuno che ci vive) e inizia a raccontarci la sua vita.
Torniamo alla socialità, una socialità che ha qualcosa di diverso dalla nostra, perché nel suq non di rado conosci qualcuno che prima non conoscevi, mentre nella piazza di solito ti ritrovi con chi conosci. Nel suq non ci sono caffè all’aperto, ma un personaggio folcloristico che il caffè te lo dà al volo, per pochi spiccioli, e si fa annunciare tintinnando le piccole tazze senza manico caratteristiche di quei luoghi.
Insomma, ero partito dalla Grecia e sono arrivato in Medio Oriente. Perdonatemi, ma sono posti che, vuoi o non vuoi, ti restano attaccati addosso, quelli. Con gli afrori (e puzze), i suq, i minareti e tutto il resto. Ma comunque, della piazza, nel senso urbanistico del termine, nemmeno l’ombra.
Qui ad Atene, invece, la piazza che preferisco è piazza Victoria, dove sono capitato una volta, quasi per caso. E’ una piazzetta anomala tra quelle di Atene proprio perché è una piazza “tipica”, dove la gente si dà appuntamento, si ferma, si siede. C’è anche una statua al centro e una bella stazione del metrò in stile Liberty. Ci puoi prendere un caffè, ma anche bighellonare un po’. Guardarti intorno e fare un po’ di spazio dentro e fuori di te. Uno spazio necessario per sentirti corpo e non solo volume. Per riappropriarti di te stesso e della città nello stesso tempo e nello stesso luogo.