Ippocrate senza medicine

Che la Grecia torni alla dracma o no, che il default sia dichiarato o meno, sembra ormai più una questione di forma che di sostanza: nel settore sanitario la Grecia è già in bancarotta, visto che lo stato non riesce più a pagare le medicine e nessuno è più disposto a far credito a ospedali pubblici e in generale al servizio sanitario nazionale.
Proprio qualche giorno fa una collega mi diceva che, contrariamente al solito, le hanno fatto pagare il vaccino per il figlio perché le farmacie non accettano più la copertura sanitaria statale, dato che non vengono risarcite da mesi e mesi (e per questa ragione qualche giorno fa hanno scioperato).

Sempre più frequenti sono i casi di malati di cancro che non riescono a reperire i medicinali, spesso costosissimi, per le loro cure: qualche giorno fa alla radio il caso di una donna che aveva assolutamente bisogno di un farmaco (costo: quasi 5000 euro) che il servizio nazionale non eroga più. “Si rivolga agli ospedali”, le dicono. Ma gli ospedali rifiutano di darle il farmaco: “Ne abbiamo a malapena per i nostri ricoverati”.

Un buco che ad oggi ammonta a 44 miliardi di euro e l’associazione di fornitori di materiale medico ha annunciato che dal prossimo martedi cesseranno l’erogazione anche di siringhe, garze, guanti e simili a sei dei maggiori ospedali della capitale. Sono solo i primi effetti di un collasso che ormai risulta evidente, quotidiano, drammaticamente reale.

Von Clausewitz sosteneva che la politica è la guerra condotta con altri mezzi, ma visto che ormai la politica è succube dell’economia finanziaria e le armi della finanza sono il corrispettivo di quelle nucleari, non penso sia esagerato dire che i suoi effetti sugli stati, sono proprio quelli di una guerra: economia al collasso, popolazione in ginocchio, servizi basilari annientati.

Non c’è più bisogno di bombardamenti, la corsa agli armamenti sembra futile e infantile di fronte alla desolazione di cui è capace la rapacità e l’assoluta immoralità degli speculatori, la corruzione su vasta scala, l’indifferenza politica, il capitale assurto a unico criterio di misura delle cose.

E Atene, probabilmente, rappresenta solo l’inizio.

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La Grecia tra le elezioni e l’iceberg

Proprio ieri la Treccani comunicava su Twitter i neologismi di questo periodo, tra cui spiccava “dracmatizzazione” e a cui aggiungerei anche quel “Grexit” nato in ambito anglosassone.
Sono termini nati dal’incapacità dei politici greci di trovare il benché minimo accordo per una nuova coalizione di governo, incapacità che sta conducendo la Grecia alla seconda tornata elettorale il 17 giugno e l’Europa a una schizofrenia totale, tra calcoli di quanto costerebbe l’uscita della Grecia dall’euro (la cosiddetta “grexit”, appunto) e i timori di un effetto domino che già è adombrato dagli scricchiolii bancari in Spagna. Schizofrenia a dir poco preoccupante e forse pilotata dove un giorno Barroso dice una cosa, Juncker il contrario e il giorno dopo Barroso è d’accordo con Juncker e Fitch asserisce l’opposto di quanto affermato appena pochi giorni prima.

L’unica certezza è che tutto questo parlare di ritorno alla dracma e delle sue conseguenze (“dracmatizzazione”) ha fatto sì che le intenzioni di voto degli elettori greci siano cambiate e dal vantaggio netto della sinistra radicale di Tsipras (contrario all’accordo-capestro con la Troika) si sia passati al sorpasso del centro destra, molto più rassicurante per Merkel, Troika stessa e mercati.
Almeno così rilevano le ultime indagini demoscopiche che si succedono continuamente in Grecia, dove c’è la netta impressione che si sia attuato – con successo – un vero e proprio terrorismo psicologico su tutta quella parte di elettori che erano e sono ancora incerti, per farli in qualche modo tornare all’ovile e votare – De Andrè docet – “la sicurezza, la disciplina”, cioè Nea Democratia, visto che ormai il Pasok è destinato a un lungo periodo di anonimato

Sicuramente Tsipras venderà cara la pelle, consapevole che un’occasione come questa per lui sarà più unica che rara, ma se Samaràs riuscirà a spuntarla anche solo di poco e quindi ottenere il mandato esplorativo per primo, di sicuro avrà questa volta i numeri e la forza della persuasione suffciente per convincere il Pasok ad un governo di larghe intese.
Sarà verosimilmente un governo di medio cabotaggio, senza precisi progetti per lo sviluppo e votato solo a convincere l’Europa e i mercati a continuare a sborsare i soldi pattuiti.
Tsipras, da parte sua, pur se vincente alle elezioni, si troverebbe i possibili alleati di sinistra riottosi (come Demokrarikì Aristerà) se non del tutto ostili (il solito KKE) e inventarsi basi per accordi di governo sarà molto difficile.

L’unica nota positiva di questa seconda tornata elettorale sarà probabilmente il ridimensionamento dei neonazisti di Alba dorata, sebbene le proiezioni diano loro ancora oltre il 4% (dal 6,9 attuale) e quindi l’accesso al Parlamento.
I recenti scontri a Patrasso sono comunque fenomeni inquietanti che raccontano di una situazione sociale sempre più tesa e i “centri d’accoglienza” che il centrodestra vuole realizzare potrebbero ottenere l’effetto contrario a quello desiderato, se è vero come è vero che il ghetto non risolve mai i problemi, ma li isola per rimandarne solo l’implosione, che sarà anche più violenta.
Ma a quanto pare questo pensiero si inscrive in una visione troppo a lungo raggio per un governo che bada solo a galleggiare.
L’iceberg è dietro l’angolo, ma finché non si vede è come se non esistesse.

Crisi greca? Vota che (non) ti passa!

Visto che aveva fatto scalpore, si replica lo spettacolo: peccato che l’attuale tragedia greca non si svolga nel teatro di Dioniso e che non si tratti affatto di finzione.

Le elezioni del 6 maggio scorso non hanno messo nessun partito nelle condizioni di formare una coalizione verosimile per un nuovo governo. O meglio: nessun leader ha fatto un passo indietro affinché fosse possibile un accordo con altri partiti, primo fra tutti Samaràs (Nea Democratia, centro-destra), che aveva fatto di tutto per andare alle urne, convinto chissà per quale arcana ragione che il suo partito ne uscisse vincitore e in grado di formare un governo, magari in coabitazione con il Pasok, fino a ieri acerrimo rivale e ora unica sponda per un governo di “salvezza nazionale”.
Samaràs ha commesso un errore politico enorme: consegnando il Paese all’incertezza più assoluta prima e ora puntando una seconda volta su nuove elezioni, si dimostra recidivo e doppiamente miope. Gli scenari in cui spera questa volta sono tre (e probabilmente spera in un insieme di essi):

– una parte del 35% degli astenuti (in buona parte ex elettori di ND e del Pasok), spaventata dalla situazione estremamente perigliosa in cui si trova la Grecia, “nave senza nocchiero”, torni all’ovile e, magari turandosi il naso voti di nuovo i due maggiori partiti storici, che con un 20% ciascuno potranno – turandosi il naso a loro volta – formare un governo di coalizione;

– una parte dei voti perduti a vantaggio di altre formazioni (dagli Indipendenti greci di Kammenos, fuoriuscito proprio da ND, ai neonazisti di “Alba d’oro) rifluisca di nuovo nelle vene esangui del suo partito, che rispetto al 2009 ha subìto una considerevole emorragia;

– con il Partito Comunista al palo (rifiutano ogni coinvolgimento in un qualsiasi governo, anche fosse di sinistra), spera che sia ridimensionato il grande exploit del SYRIZA del giovane Tsipras, che dal 3% e qualcosa è arrivato a essere il secondo partito di Grecia con il 16%.

Peccato per Samaràs che quest’ultimo scenario venga già smentito da recenti sondaggi che anzi danno Tsipras in ulteriore ascesa a oltre il 20% .
Per quanto riguarda le altre due prospettive, sarà tutto da vedere (ma gli ultimissimi sondaggi, riportati anche in un bell’articolo sull’Economist, non sembrano dar ragione a Samaras) : la speranza unanime è che questa seconda tornata elettorale riporti l’inquietante “Alba d’oro” a percentuali inferiori e quindi fuori dal Parlamento.
Dove però andranno i voti eventualmente (e presumibilmente) persi dai neonazisti e forse anche dagli Indipendenti di centrodestra ê tutto da vedere.
Seconda incognita è se il numero di astenuti diminuirà (e a favore di chi) o, al contrario, aumenterà; in quest’ultimo caso, credo, ne farebbero le spese soprattutto – e di nuovo – i due partiti maggiori.
Ultima incognita è se il frammentato arcipelago dei movimenti e partitini di sinistra non si dissolverà a vantaggio del giovane Tsipras, che con una campagna elettorale contro le misure volute dalla Troika ma non rinnegando l’Europa e l’euro ha avuto finora vita facile nel catalizzare i voti dei tantissimi greci esasperati.
Se mai andrà al governo il SYRIZA, la questione non sarà tanto se manterrà le promesse, quanto se risulterà realizzabile e non contradditorio un tale programma, soprattutto agli occhi della Germania e dei mercati.
Ma dopo la batosta della Merkel e la vittoria di Hollande in Francia, è probabile che i greci vorranno proprio rafforzare questo messaggio: no alla dittatura dei mercati, no alla politica europea unidirezionale in senso teutonico, sì all’euro e all’Europa ma come risorsa, non come ricatto.

(intanto, come anche riferisce Wall Street Italia, continua la fuga dei capitali dalle banche, chi ha un qualche deposito lo ritira e si teme che, con il deteriorarsi della situazione,il fenomeno possa assumere dimensioni rischiose. Proprio oggi alla radio greca un impiegato bancario diceva: “i clienti ci fanno domande a cui non sappiamo rispondere o a cui rispondiamo sapendo di mentire”).

Terremoto politico in Grecia: l’inizio di una nuova era?

Sullo schermo si stanno susseguendo proiezioni e i primi dati dello spoglio delle schede, che proseguiranno per tutta la notte, ma il giorno delle elezioni più importanti del dopo-dittatura sta dando dei risultati molto chiari:

– i due partiti storici che dal 1973 hanno monopolizzato le maggioranze assolute in parlamento, Nuova Democrazia e (soprattutto) il Pasok, subiscono una sonora sberla e perdono la maggioranza assoluta a cui erano abituati e a cui avevano abituato l’intera nazione. Raccoglievano in due quasi l’80% delle preferenze, oggi arrivano a fatica al 35, quando fino a tre anni fa il partito socialista di Georgos Papandreou aveva da solo il 43%. Nuova Democrazia ha poco da gioire: non solo “vince” queste elezioni con uno striminzito 20%, ma si vede tallonata da vicino dal Syriza, il partito della sinistra radicale che all’ultima tornata elettorale non era andato oltre il 5% e credo nemmeno nei suoi sogni migliori il suo giovane leader Tsipras prevedeva potesse diventare un giorno il secondo partito della Grecia.

– Un dato che tutti i mezzi d’informazione, nazionali ma soprattutto internazionali, mettono in evidenza è l’entrata nel parlamento (per ora con 22 seggi) del partito xenofobo, razzista e, molti dicono, neonazista “Alba dorata”, che sorpassa a destra il suo predecessore LAOS (che infatti perde almeno il 3% ed esce dalla scena), probabilmente colpevole, agli occhi dei suoi elettori, di aver inizialmente appoggiato il governo uscente di Papademos, un burocrate alla Monti chiamato a convincere la Troika al prestito che, almeno per ora, ha salvato la Grecia dal default incontrollato, ma l’ha condotta in un abisso sociale ed economico senza precedenti.

A questo punto il messaggio sembra chiaro: è un messaggio che non piacerà sicuramente alla Merkel, perché punisce i due grandi partiti che hanno condotto la Grecia sull’orlo del baratro per poi tentare goffamente di salvarla mettendola però in ginocchio con una politica d’accattonaggio nei confronti della Germania, della Bce e il Fmi che ha portato la disoccupazione in pochi mesi dal 12 al 22% e strangolando di tasse dirette e indirette la popolazione; un messaggio anche – purtroppo – inquietante dal punto di vista sociale, laddove gli estremisti di destra di “Alba dorata” si affermano in maniera piuttosto netta  facendo comunque leva su un disagio che inevitabilmente, come capita sempre in queste circostanze, non poteva non sfociare nella “caccia all’ilota“, del resto inventata da queste parti qualche millennio fa e sempre viva ad ogni latitudine.

– Dall’altra parte dello steccato, la sinistra avrebbe, teoricamente – molto teoricamente – l’occasione di imporsi come forza di governo, se solo riuscisse ad appianare le millanta divisioni che la lacerano e che non a caso hanno portato ad un mosaico di partiti che assai difficilmente troveranno un’intesa programmatica. C’è anche da dire che a fronte dell’affermazione della sinistra radicale del Syriza, il partito comunista greco, il KKE, non avanza di molto e anzi registra una battuta d’arresto che dovrebbe finalmente far riflettere tutti, dal suo leader, la signora Papariga, fino all’ultimo suo dirigente: un partito ancora ancorato a schemi antiquati, un linguaggio altrettanto vetusto e mentalità che ricorda il Pci degli anni ’50.

Lo stesso Syriza si trova a gestire un patrimonio verosimilmente labile, frutto piuttosto della protesta di chi non crede più nel Pasok (da dove si pensa sia venuto il grosso dei voti) che non di un elettorato consapevole delle potenzialità di un partito che comunque ora ha l’opportunità di  mostrare davvero se, oltre che a protestare, è capace anche di fare proposte concrete e credibili.

Infine, l’ultima considerazione: si dice già che Nuova Democrazia e Pasok insieme potrebbero ottenere la maggioranza di 151 seggi necessaria per governare. Se mai avessero il pudore di stringere un’intesa per un governo bipartitico, sarebbe una vera beffa per i greci, che oggi hanno invece proprio voluto punirli. Non voglio nemmeno pensare alle conseguenze che una tale sciagurata alleanza potrebbe portare. Speriamo che per una volta si comprenda il messaggio delle urne e si agisca di conseguenza.
Come? Non saprei proprio, si apre una fase politica del tutto inedita per la Grecia e piena di interrogativi, ma anche di possibilità . Il popolo greco ha deciso di voltare pagina, una pagina finalmente bianca, che non sarà facile riempire, ma avrà finalmente la libertà di farlo. A modo suo, e non come era stato previsto da altri.

anche per morire ci vuole il marketing

Ieri un anziano pensionato si è suicidato in piazza Syntagma, ad Atene, sparandosi davanti alla sede del Parlamento.
Subito i media si sono gettati sulla notizia, riecheggiata nelle agenzie internazionali e diffusa da internet e social media.
I suicidi in Grecia dall’inizio della crisi sono ben 1700, ma solo pochi fanno veramente notizia, come se anche per suicidarsi e farlo sapere si dovesse studiare un macabro marketing.

C’è da chiedersi che ne è degli altri 1699 suicidi, le loro storie, le loro ragioni.
Si fanno funerali di stato per coloro che partono per l’Afghanistan a volte proprio per sfuggire al “rischio” della quotidianità, che a ben vedere fa molte più vittime e non è meno esente da rischi, trappole, imboscate.
E alla fine, non ci sono funerali di stato, bensì la negazione di degne esequie da parte della Chiesa, sempre misericordiosa e comprensiva verso gli ultimi.

(Nella foto: candele, fiori messaggi e bandiere in piazza Syntagma, nel punto dove l’anziano ha compiuto il gesto estremo)

Grecia: il breve passo dalla crisi economica a quella sociale

La prima pagina di oggi del Kathimerini, una delle principali testate nazionali, mette in evidenza l’esito di un sondaggio sulle intenzioni di voto dei greci alle prossime elezioni che si terranno tra poco più di un mese.
Scontato il vantaggio del partito di centro-destra Nea Democratia (circa il 22%) sui sedicenti socialisti del Pasok (15%), i due maggiori partiti che si sono alternati negli ultimi lustri e quindi correi della situazione attuale; scontate allo stesso modo sia l’impossibilità di Samaras (leader di ND) di governare da solo, sia l’alta percentuale di astenuti (20%).
Una delle sorprese sta nel balzo di alcune formazioni di sinistra (più radicale la formazione del SYRIZA, più moderata – e ambigua – quella dei Democratici di Sinistra) che, insieme ai comunisti del KKE, potrebbero portare a casa un inedito 36% equamente spartito. Ma, in Grecia come altrove, l’unità non è una parola che si abbina con la sinistra, tanto più che lo stesso SYRIZA è una formazione di fuoriusciti dal KKE e continuano a litigare senza nemmeno tentare un accordo.

Tutto ciò apre quindi la strada all’altra sorpresa dei sondaggi: il partito xenofobo e quasi neonazista della Hrisì Avghì (Alba d’oro) oltrepassa lo sbarramento per entrare in parlamento proprio ai danni dell’altro schieramento xenofobo del LAOS (“popolo”) che evidentemente non lo era più abbastanza o è sembrato troppo compromettersi con il governo Papadimos, avendolo inizialmente anche appoggiato.
In totale, alla prossima tornata elettorale gruppi e gruppetti di destra xenofoba potrebbero sfiorare il 10%.
Samaràs ha annusato l’aria e per arginare l’emorragia di voti a destra ha iniziato a cavalcare anche lui lo spettro degl immigrati e la politica della tolleranza zero.
Da giorni la polizia esegue “operazioni-scopa”, come le chiamano qui, nel centro di Atene dove vivono – si fa per dire – centinaia di migliaia di stranieri per lo più irregolari, che ora vengono indicati non solo come pericolo per la sicurezza ma anche per l’igiene e si preparano centri di raccolta in aree periferiche dove però gli abitanti non li vogliono, anche se il ministro, per indorare la pillola, sostiene che darebbero lavoro a molti.
Allo stesso tempo vengono mostrati progetti in 3D che mostrano come sarà bello e moderno ed elegante il centro di Atene dopo che sarà dato inizio ai lavori promessi – ma a patto beninteso che venga prima ripulito di tutti i brutti sporchi e cattivi che lo infettano.
Insomma, in questo tipo di atmosfera non c’è nemmeno da stupirsi che gli estremisti di destra raccolgano il favore delle preferenze.

La crisi porta, come sempre, alla guerra tra poveri e alla ricerca del capro espiatorio. Dinamica politico-sociale tanto vetusta quanto rischiosa. Rischiosissima, in un momento simile e in un paese già diffidente nei confronti degli immigrati.
Il baratro, insomma, rischia di non essere solo economico.

le bombe di Damasco devastano anche i ricordi

Ci ho vissuto 4 anni, a Damasco. Ci ho sposato mia moglie, la cui famiglia vive a poche centinaia di metri di distanza dal luogo dove oggi  è esplosa la bomba che ha fatto il maggior numero di vittime e di danni. Una loro telefonata questa mattina prima delle 8 per tranquillizzarci: “Qualsiasi cosa vedrai alla tv non ti preoccupare: stiamo tutti bene, nessuno era in ancora in giro”. Le prime notizie le ho da twitter, e contemporaneamente mia moglie va sui canali televisivi arabi, che inizialmente diffondono solo la notizia in poche righe. Solo dopo la tv siriana mostra le prime immagini.  Agghiaccianti.

La bomba  è esplosa in una delle sedi dei servizi segreti in pieno centro di Damasco, a pochi passi dalla città vecchia e alle soglie del quartiere cristiano di Quassa’a. Le case negli immediati paraggi sono distrutte come se la bomba fosse esplosa anche dentro gli appartamenti. La camera mostra famiglie terrorizzare sui pianerottoli con le porte d’entrata letteralmente scardinate come da un tornado, i mobili dei saloni sottosopra, vetrate infrante, polvere dappertutto.

La zona è molto trafficata, in quel punto esatto c’è una piazza a raggiera in cui converge il traffico da una delle vie principali, Sharia Baghdad e che immette nelle zone più periferiche, ma anche nelle aree intorno, molto abitate. Ci sono quindi moltissime macchine ridotte a lamiere fumanti, purtroppo la telecamera indugia anche su molti resti umani ben evidenti con i loro colori accesi nel colore scuro del ferro ritorto. Dicono ci sia anche un pulmino della scuola, tra quelle lamiere. Penso al bambino di mia cognata che solo per caso oggi non è andato a scuola, non stava benissimo e lei ha preferito lasciarlo a casa. A quell’ora il pulmino sarebbe passato proprio accanto al luogo dell’esplosione.

Ho abitato nelle vicinanze quasi per due anni. Ci ho camminato decine di volte, in quell’area, centinaia. L’ultima un anno fa, con la mia figlia maggiore: gli uffici governativi oggi saltati in area hanno, come tutti, un ritratto enorme di Bashar Al Assad e la bandiera siriana: Giulia diceva “la bandiera di mamma ha sempre quel signore vicino”.

E’ una bella giornata di sole a Damasco, oggi. Quelle giornate dove il cielo contrasta in maniera bellissima con le colline desertiche giallo ocra che circondano la capitale siriana. Sono sicuro che c’è anche un bel venticello primaverile che scuote un po’ le palme e diffonde il primo timido odore di gelsomino.

Damasco preferisco ricordarmela così, cullata dai canti dei muezzin, sorretta dai delicati steli di minareti che a sera si illuminano di verde. La Damasco che ho lasciato con il corpo, ma mai con la mente.

Ed ora, tutto questo.