Albert Camus: la rivolta come necessità

Parecchi anni fa avevo scritto un articolo su uno dei miei autori preferiti, Albert Camus. Lo ripropongo in occasione del centenario della sua nascita. Buona lettura.

leggere Ancona

Ieri 11 agosto, su richiesta del mio carissimo amico Paolo, ho letto una mia poesia sulla mia città, Ancona, in un luogo molto suggestivo della stessa Ancona, la Mole Vanvitelliana.

Ultimamente, dopo molto anni, mi sono rimesso a scrivere versi con una certa costanza e leggerne in pubblico era una cosa che non mi accadeva da parecchio, decenni.
Per me leggere poesia non è mai una cosa facile. Scrivere versi per me significa mettere a nudo la mia anima, riversare non semplicemente pensieri, ma tutto il mio essere su un foglio di carta. Per questo da una parte mi piace leggere le mie poesie in pubblico, perché il contatto diretto con la gente è essenziale, dall’altra ho sempre un po’ di pudore, perché insomma spogliarsi l’anima in pubblico non è una cosa che si dovrebbe fare con leggerezza.
In più, la poesia che avevo scritto e Paolo mi ha invitato a leggere, era una poesia su Ancona, la mia città, da leggere di fronte ad un non scarso pubblico di anconetani come me, ad Ancona.

Io, per chi non lo sapesse, manco dall’Italia da nove anni e da due e mezzo non tornavo nella mia città, cui mi ha sempre legato un rapporto di amore-odio, come capita spesso per chi abita in città provinciali, chiuse, apatiche, in definitiva anonime.
Però è pur sempre la mia città e mi lega a lei una serie di ricordi, esperienze e persone che rimarranno sempre sulla mia pelle e sotto, e dentro. Ovunque io sia e andrò a vivere in futuro.
Insomma, tutto conferiva alla serata di ieri l’aspetto di un appuntamento all’Ok Corral con il mio passato fatto di mura, di volti e di immagini che sentivo di condividere in parte con il pubblico che mi stava davanti in attesa dei miei versi. E li leggo:

Città natale

Le cose che restano
attaccate alla memoria, alla pelle e all’umore
sono a volte quelle che odiavamo,
a stento tollerate.
Le sere pregne di nebbia, l’urlo
lugubre della sirena  – Scilla solitaria,
provinciale, spoglia d’ogni mito
il dialetto trascinato per i vicoli
della città vecchia, il porto
dall’alto, percorso, respirato.

Città verticale, che sale, che fatica
a farsi notare, che ricade a precipizio
su se stessa, dove lo sguardo
s’impiglia ad un palazzo, ad un balcone

ad una semplice maniglia
di un vecchio portone.

E il mare, che l’inghiotte e la rifiuta,
il mare che si frange ma non arriva
e quasi la priva di sé, paradosso
di una città di mare senza riva.

Quando finisco, un po’ stordito come sempre capita quando leggo cose mie, sento l’applauso sonoro degli astanti, un applauso sincero, sentito.
Capisco che ho dato in qualche modo voce a qualcosa che sentivano anche loro, e quel qualcosa riguarda la loro e la mia città.
Capisco che da ieri condividiamo qualcosa di più, e mi sento felice. Immensamente felice.

il milione di Marco Polo, ovvero: gli ombelichi del mondo

Tempo fa lessi un libro che può sembrare strano e poco comune, Il Milione  di Marco Polo.  Mi aveva sempre incuriosito, questo personaggio che tutti conoscono (spesso quando vivevo in Siria, al sentire il mio nome, molti aggiungevano “Marco Polo!!”) ma di cui penso pochi abbiano letto davvero l’opera. Ebbene, se siete tra i molti, come me, che non l’avevano fatto, vi consiglio di farlo quanto prima (ci sono edizioni ben fatte ed economicissime, poco più di 5 euro), perché è davvero una lettura emozionante, un vero e proprio viaggio nello spazio e nel tempo, l’avventura incredibile e reale di un uomo che, dapprima per ragioni commerciali, si addentrò poi nelle provincie più remote del regno mongolico di Kublai Kan anche spinto dalla propria inesauribile curiosità e voglia di conoscere (“li vizi umani e il valore”, direbbe l’Ulisse dantesco…,ma questa è un’altra storia). Leggendo le cronache di Polo, spesso scarne ed essenziali quanto, forse proprio per questo, affascinanti, ho pensato a cosa potesse significare, per un uomo del suo tempo, proveniente dalla Serenissima, allora centro commerciale del Mediterraneo, e per lui sicuramente centro del mondo conosciuto, spingersi in territori così lontani e diversi, viaggiare per tre (3) anni fino a raggiungere “Camblau”, la Pechino di allora, capitale dello sterminato impero del Gran Kan, sovrano sanguinoso e allo stesso tempo illuminato, tollerante quanto spietato, sicuramente intelligente, certamente incuriosito  e ammirato di fronte alla vivacità d’ingegno del giovane veneziano, a cui affidò via via incarichi sempre più importanti. E sembra di vederlo, il giovane Polo, sembra davvero di leggerle, le sue cronache al Kan scritte dalle provincie più sperdute dell’impero, al ritorno da mesi e mesi di cammino, tra foreste impervie e “cittadi e castella” ben costruiti, sembra di vederlo girare maliziosamente il capo di fronte alle belle orientali (“havvi donne belle, la carne bianca, e sono eleganti e ben fatte” dice più volte nel suo libro), o a curiosare tra le bisacce dei viaggiatori, tra le stadere dei mercati, nei sacchi di juta ai bordi di strade affollate da un’umanità varia e variopinta (uomini che si dipingono il corpo nelle foreste della Concincina, o che vanno a tatuarsi da esperti tatuatori nelle città del “Catai” orientale). E le usanze spesso crudeli ma anche sfarzose o incredibilmente delicate dei Mongoli (accenno solo al “matrimonio dei giovani morti” da parte dei genitori di bambini morti che vengono “fatti sposare” nel periodo in cui, se vivi, avrebbero raggiunto l’età giusta, le loro effigi che vengono bruciate in una cerimonia solenne, le volute di fumo delle due immagini che salgono al cielo fluttuando unite nel vento, in un delicatissimo ed etereo amplesso), tutto un mondo, o meglio tantissimi mondi ignoti ai suoi contemporanei e che lo stesso Polo visita e descrive con l’entusiasmo e lo sguardo limpido e stupefatto di chi credeva di vivere al centro del mondo e invece scopre che il mondo è molto più grande della nostra capacità di conoscere, e che di centri ne ha tanti, tante quante sono le culture, le usanze, le civiltà…

Ed anche ora, che dovremmo vivere in questo tanto celebrato villaggio globale (che poi non è altro che un rione troppo vasto e chiassoso, dove tutti gridano e nessuno ascolta), anche ora che di terrae incognitae non ce ne sono ormai più, sarebbe bello che anche per noi uomini del XXI secolo ci fosse un Marco Polo a ricordarci che non esiste un centro del mondo e tutto il resto è periferia, che la Terra di ombelichi ne ha parecchi, e cittadi e castella, e non dovremmo esaurire la nostra voglia di conoscere, di capire, di vedere. Ma non alla tv, ché la televisione non cerca più altro che la rappresentazione della rappresentazione, la fotocopia di una bella copia scritta a bella posta, per fini specifici.

E per cominciare il viaggio, prendiamo in mano una guida che vale più di ogni altra Lonely Planet, Il Milione, appunto, di Messer Polo, di cui nessuno vide né cercò tante meravigliose cose del mondo.

Le vie dei canti di Chatwin

Chatwin nel suo Le vie dei canti parla di una tribù aborigena la cui cosmogonia era costituita da dèi che creavano del mondo attraverso la semplice parola: bastava nominare una cosa perché questa si concretizzasse, e iniziasse a esistere. Il mondo, l’universo intero, con tutte le sue creature, le sue rocce, i suoi alberi, erano in pratica una epifania sonora, scaturiti dalla voce stentorea di questi dèi, che attraversavano il mondo seguendo percorsi invisibili, le vie dei canti, appunto, cartografia astratta e invisibile, presente se non nell’eco di ciò che furono quei canti. Chatwin parla anche di carte sulle quali gli aborigeni supponevano fosse tracciato il cammino di chi per primo nominò il mondo, creandolo, ma chi ha letto il libro sa benissimo di ciò di cui sto parlando, chi non l’ha letto ha ora una ragione in più per farlo, se trova l’argomento interessante. Da parte mia, non so perché ora mi viene in mente una cosa simile, ho letto quel libro più di venti anni fa, ma questa immagine dei sentieri senza impronte, fatti solo di vento che un tempo contenne e portò i nomi a farsi cosa, mi ha sempre affascinato. Sarà che piacerebbe a tutti, essere almeno un giorno un dio di questo tipo, un dio creatore delle cose solo nominandole, ed edificare così città, paesi interi, magari mondi e costellazioni, in una armonia possibile, questo sì, davvero soltanto a parole, nella meravigliosa teoria delle leggi fisiche che reggono il cosmo, le formule chimiche che sovrintendono alle nostre emozioni così come alle nostre digestioni. Gli assiomi matematici su cui si basano gli impalpabili flussi di bit che mi permettono ora di comunicare. Il mondo, come archetipo, intendo, sarebbe davvero un posto perfetto se fossero solo le formule, i nostri “canti” odierni, a governarlo. Un mondo nominato e quindi in sé esistente. Non ricordo chi disse che, secondo lui, la formula E=mc2 avrebbe dovuto essere esposta alla stregua di un quadro di Picasso, o di Leonardo, perché anch’essa rappresenta a suo modo un’opera d’arte, il risultato di un lavoro di un genio. Ripercorrendo a ritroso, le nostre peculiari vie dei canti abbiamo dato le parole ai canti creatori del Tutto: H2O, e abbiamo l’acqua. Una semplice compresenza di numeri e lettere esemplifica la complessità miracolosa di una cosa come la fonte di ogni vita, quella che ora gli scienziati americani sono tanto felici di aver trovato su Marte. Così importante, e così semplice. Due atomi di idrogeno, uno di ossigeno. Voilà. Ci voleva mica un dio a inventarla… Eppure, noi, progenie di scialacquatori, non siamo in grado nemmeno di preservarla. Trovare la formula non significa capire, a quanto pare.

la matematica di paolo nori

Il libro di Paolo Nori La matematica è scolpita nel granito si legge d’un fiato, il tempo di un viaggio in aereo andata e ritorno, come almeno è capitato a me. Il libro è stata la prima uscita della neonata casa editrice nativa digitale (che cioè non fa libri di carta, ma di bit) Sugaman, progetto editoriale di cui lo stesso Nori è parte integrante.

Devo confessare che non conoscevo Nori, ma ultimamente ne avevo sentito parlare, e bene. Per questo ho comprato volentieri questo suo libro, e devo dire che alla fine non ero affatto deluso.  Gradevole e divertente, scritto in uno stile tutto particolare che poi ho scoperto essere caratteristico di Nori, La matematica è scolpita nel granito è sostanzialmente la raccolta dei “diari” che Nori tiene ogni anno in occasione di un festival poetico  che si svolge a Seneghe in Sardegna, il Cabudanne de sos poetas

Nori ha un modo strano e affascinante di vedere e descrivere le cose: minimalista e profondo, ironico e a volte struggente, surreale eppure attentissimo alla realtà. Il tutto elaborato in un tessuto narrativo originale, solo apparentemente semplice e non grammarly correct. A me ha ricordato, non so perché, Bohumil Hrabal, uno scrittore ceco che amo molto e ho letto moltissimo in gioventù.

Due impressioni finali: pur essendo breve, il libro risulta un po’ ripetitivo, necessariamente direi, in quanto i Diari vengono scritti e letti da Nori ogni anno, ma la loro riproposizione all’interno di poco più di 100 pagine pone alcune identiche riflessioni a distanza molto più ravvicinata, risultando quindi un po’ ridondanti. L’altra impressione è che, avendo poi potuto assaggiare brani tratti da altri libri di Nori attraverso dei suoi video su Youtube mi è venuto il dubbio – o il timore – che alla lunga leggere i suoi libri sia un po’ stancante.

Ma diciamo che è un rischio che correrò volentieri.

Ritorno in e dalla Polonia (con la Szymborska)

Di nuovo sono tornato in Polonia per lavoro. Ormai per la terza volta.  Un breve soggiorno a Varsavia, appena una notte e due mezze giornate.
Ho portato come sempre con me un libro della Szymborska. L’ho aperto a caso, il giorno dell’arrivo all’hotel. Volevo riposare dopo il viaggio fatto all’alba, ma questi versi mi hanno fatto venire voglia di uscire e vivere la città in quella tiepida giornata assolata di primavera.

RINGRAZIAMENTO

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

E’ merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

Le affinità connettive ovvero: la strategia del cyborg

Nel suo breve saggio La strategia del cyborg (40k edizioni) Thierry Crouzet prende come spunto uno scritto di Donna Haraway e l’immaginario cyberpunk degli anni ’90, ma a me, completamente digiuno di tali riferimenti, viene piuttosto in mente il nostro Paolo Volponi che in tempi non sospetti già parlava di ibridazione uomo-macchina, preconizzando ciò che poi sarebbe stato in qualche qualche modo codificato e definito da un punto di vista più digitale che meccanico. Ora Crouzet porta questi due tipi di visioni a quello che è il loro sbocco naturale ai nostri tempi: l’interconnessione come caratteristica principale di questa che non è più ibridazione  o simbiosi, ma estensione, accrescimento delle facoltà umane che trovano la loro ideale funzionalità solo se si esprimono in una realtà in cui sia possibile la costante interrelazione tra umani e umani, tra umani e macchine e tra macchine e macchine senza soluzione di continuità, perché altrimenti verrebbe meno il concetto stesso di cyborg: “un umano interconnesso con altri essere umani, senza limiti geografici né di categoria, grazie a strumenti di comunicazione.”
Disumanizzazione dell’essere umano? Al contrario, dice Crouzet, in quanto il cyborg “acquista così una consapevolezza allargata dell’umanità, cosa che lo spinge all’azione per empatia.”

Libro senz’altro interessante, questo di Crouzet, che va letto se possibile parallelamente (o subito prima o subito dopo, come volete) a quello di De Kerchove, La mente accresciuta, il quale in qualche modo completa, integra, “accresce” il coLa Mente Accresciutancetto di cyborg  di Crouzet parlando di una mente che “non è affatto una mente collettiva, è solo connettiva. Vuol dire che la mente singolare si amplia ma non viene sommersa (…) in un’entità monolitica.”

Altra caratteristica interessante del breve saggio di Crouzet è che esso sia stato prima scritto e poi condiviso con dei lettori (sei, per la precisione) che con le loro critiche e osservazioni hanno portato Crouzet a modificare il testo; esse sono  riportate fedelmente come ramificazioni dello stesso, in una sorta quindi di lettura e scrittura polifonica (e ancora torna in mente De Kerchove e il suo “crettore”, cioè il lettore che è parte attiva e non più passiva di quanto sta leggendo)  e comunque di opera “aperta”  coerente con quanto esposto nel saggio da Creuzet, il quale infatti nel suo blog invita i visitatori a utilizzare quello spazio digitale come un vero e proprio atelier in cui ognuno possa apportare il proprio contributo per uno dei suoi futuri libri.

Ho letto questo ebook grazie a The Reviews Engine, la piattaforma dove è possibile a chiunque accedere e recensire libri digitali forniti dagli editori in collaborazione con BookRepublic.it.