La Grecia tra le elezioni e l’iceberg

Proprio ieri la Treccani comunicava su Twitter i neologismi di questo periodo, tra cui spiccava “dracmatizzazione” e a cui aggiungerei anche quel “Grexit” nato in ambito anglosassone.
Sono termini nati dal’incapacità dei politici greci di trovare il benché minimo accordo per una nuova coalizione di governo, incapacità che sta conducendo la Grecia alla seconda tornata elettorale il 17 giugno e l’Europa a una schizofrenia totale, tra calcoli di quanto costerebbe l’uscita della Grecia dall’euro (la cosiddetta “grexit”, appunto) e i timori di un effetto domino che già è adombrato dagli scricchiolii bancari in Spagna. Schizofrenia a dir poco preoccupante e forse pilotata dove un giorno Barroso dice una cosa, Juncker il contrario e il giorno dopo Barroso è d’accordo con Juncker e Fitch asserisce l’opposto di quanto affermato appena pochi giorni prima.

L’unica certezza è che tutto questo parlare di ritorno alla dracma e delle sue conseguenze (“dracmatizzazione”) ha fatto sì che le intenzioni di voto degli elettori greci siano cambiate e dal vantaggio netto della sinistra radicale di Tsipras (contrario all’accordo-capestro con la Troika) si sia passati al sorpasso del centro destra, molto più rassicurante per Merkel, Troika stessa e mercati.
Almeno così rilevano le ultime indagini demoscopiche che si succedono continuamente in Grecia, dove c’è la netta impressione che si sia attuato – con successo – un vero e proprio terrorismo psicologico su tutta quella parte di elettori che erano e sono ancora incerti, per farli in qualche modo tornare all’ovile e votare – De Andrè docet – “la sicurezza, la disciplina”, cioè Nea Democratia, visto che ormai il Pasok è destinato a un lungo periodo di anonimato

Sicuramente Tsipras venderà cara la pelle, consapevole che un’occasione come questa per lui sarà più unica che rara, ma se Samaràs riuscirà a spuntarla anche solo di poco e quindi ottenere il mandato esplorativo per primo, di sicuro avrà questa volta i numeri e la forza della persuasione suffciente per convincere il Pasok ad un governo di larghe intese.
Sarà verosimilmente un governo di medio cabotaggio, senza precisi progetti per lo sviluppo e votato solo a convincere l’Europa e i mercati a continuare a sborsare i soldi pattuiti.
Tsipras, da parte sua, pur se vincente alle elezioni, si troverebbe i possibili alleati di sinistra riottosi (come Demokrarikì Aristerà) se non del tutto ostili (il solito KKE) e inventarsi basi per accordi di governo sarà molto difficile.

L’unica nota positiva di questa seconda tornata elettorale sarà probabilmente il ridimensionamento dei neonazisti di Alba dorata, sebbene le proiezioni diano loro ancora oltre il 4% (dal 6,9 attuale) e quindi l’accesso al Parlamento.
I recenti scontri a Patrasso sono comunque fenomeni inquietanti che raccontano di una situazione sociale sempre più tesa e i “centri d’accoglienza” che il centrodestra vuole realizzare potrebbero ottenere l’effetto contrario a quello desiderato, se è vero come è vero che il ghetto non risolve mai i problemi, ma li isola per rimandarne solo l’implosione, che sarà anche più violenta.
Ma a quanto pare questo pensiero si inscrive in una visione troppo a lungo raggio per un governo che bada solo a galleggiare.
L’iceberg è dietro l’angolo, ma finché non si vede è come se non esistesse.

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