papandreou: tanto rumore per… qualcosa

Se si riassumono le fasi essenziali degli ultimi giorni della Grecia e precipuamente le mosse del primo ministro Giorgos Papandreou, si può comprendere che dietro tutto quello che è successo c’è una logica, vuoi folle, vuoi troppo azzardata, vuoi irresponsabile, ma c’è.

L’annuncio di Papandreou di indire un referendum nazionale per chiamare i cittadini a decidere se accettare o no le decisioni del 26 ottobre (il taglio del debito per più di 100 miliardi) aveva creato un sisma politico e soprattutto economico di portata globale. Secondo me, sotto sotto Papandreou ci ha un po’ anche goduto nel vedere che un piccolo paese  quasi fallito come la Grecia poteva ancora essere il centro del mondo, anche se non positivamente, per almeno un giorno.
Comunque, dopo quell’annuncio era seguita una febbrile attività da parte del duo Merkel-Sarkozy per capire cosa avesse in mente il leader greco e, sopratuttto, per fargli cambiare idea.
Hanno iniziato anche a circolare affermazioni come “la Grecia non può fare a meno dell’Europa, ma l’Europa si sta preparando a fare a meno della Grecia”.

Interpellato (per questi post) da una radio di Torino riguardo la situazione ellenica, avevo espresso i miei dubbi che questo referendum si sarebbe davvero fatto: la vedevo più come una mossa estrema di Papandreou per far uscire allo scoperto i suoi avversi, esterni (nello specifico Samaràs, leader di Nea Democratia, maggior partito di opposzione al governo dal 2004 al 2009) e anche interni (non pochi membri del Pasok da tempo si stavano distaccando dalla linea principale del primo ministro).
Pur non essendo un analista, ci avevo azzeccato: dopo appena due giorni Papandreou dichiara apertamente che l’appello al referendum era stato essenzialmente una minaccia perché Samaràs si assumesse le sue responsabilità. Dopo poche ore il ministro delle finanze Venizelos assicurava tutti (soprattutto la Francia e la Germania) che l’ipotesi del referendum era stata definitivamente accantonata. Dopo qualche ora, il governo Papandreou addirittura incassava la fiducia, pur se con poche manciate di voti di vantaggio. Una  fiducia condizionata al suo impegno di formare presto un governo di “salvezza nazionale” (o di “unità nazionale”, lo chiamano in vari modi), ma sempre di fiducia si è trattato.

Oltre alla fiducia (ripeto condizionata, perché in qualche modo Papandreou si impegna a farsi da parte), cosa ci ha guadagnato Papandreou? Non poco, visto che ha ottenuto precisamente quello che  molto probabilmente si era preposto: scaricare la responsabilità sul suo avversario, tendendogli la mano (dopo averla prima unta d’olio, ma è una mia personale considerazione) per poi dimostrare che da parte di Nea Democratia non c’è disponibilità ma solo cieca insistenza nel richiedere elezioni anticipate che, in questa situazione, sarebbero più un male che un bene per il paese.

Certo anche Samaràs ha le sue colpe, se non altro per il fatto di non avere una linea precisa da seguire: prima si dice disposto a mettersi a disposizione, poi dopo il primo discorso di Papandreou prende le distanze e ritorna sulla richiesta di dimissioni, rifiutando di entrare nel futuro governo allargato alla cui guida già si indica Venizelos.
Samaràs in questo modo fa esattamente il gioco di Papandreou, e in Germania infatti c’è già chi l’ha additato come il responsabile dell’eventuale uscita dall’euro della Grecia.

Insomma. Papandreou si dimostra forse folle, ma sicuramente scaltro, più del suo avversario, che invece ha abboccato in pieno all’amo e ora bisogna vedere se e come farà a liberarsene senza rimetterci la faccia.

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