la grecia a (piccoli) pezzi, parte terza: il crollo

Crollo delle borse europee, crollo della credibilità del governo Papandreou, crollo lento e inesorabile del tessuto sociale greco.  Ma analizziamo i fatti in ordine cronologico:

26 ottobre – La Grecia ottiene il cosiddetto “haircut”, cioè il taglio del debito del 50%. A fronte dei 350 miliardi di euro di cui è debitore, lo stato greco si vede alleggerito (per modo di dire) di oltre 100 miliardi. Ma i numeri lasciano il tempo che trovano: di questi 100 miliardi, forse nemmeno la metà saranno veramente quelli che alleggeriranno gli affanni economici della Grecia, dal momento che le stesse banche e gli istituti finanziari greci sono creditori nei confronti dello Stato greco e per coprire le loro perdite si perderanno per strada almeno 50-60 miliardi secchi.  Comunque.
Papandreou torna da Bruxelles con la convizione di aver ottenuto un grande risultato mentre i partiti dell’opposizione e buona parte della società lo spernacchiano per aver svenduto il paese e aver dichiarato in pratica il suo fallimento.

28 ottobre – In Grecia è festa nazionale, il “giorno dell’ohi”, cioè il giorno del No con cui la Grecia rispose alla richiesta di Mussolini di arrendersi o sarebbe stata la guerra. L’allora primo ministro Metaxas rispose con un secco “no” (in greco ohi) all’ambasciatore italiano e le nostre truppe (tra cui un mio zio) partirono per “spezzare le reni” alla Grecia, come tutti sanno.  E’ quindi il giorno dell’orgoglio nazionale che fa il paio con il 25 marzo, la festa della Liberazione (dall’occupazione turca): in ambedue le ricorrenze sfilano a passo di marcia i ragazzi delle scuole in camicia bianca e pantaloni (o gonne) blu, in un tripudio di bandiere tra ali di folla e di fronte al palco delle autorità. Il 28 ottobre, soprattutto, a Salonicco è la parata militare.
Ebbene, il 28 ottobre 2011, per la prima volta da quando ricorre la storica festa, la parata è stata annullata: orde di manifestanti avevano invaso la strada principale anticipando le forze armate e, al grido di “traditore, traditore” hanno costretto il presidente della repubblica Papoulias ad una ignominiosa fuga dal palco delle autorità.
Tuttavia le forze armate, sebbene senza carri armati e jet, hanno però poi fatto la loro sfilata, acclamati dalla folla presente.
Nelle altre città della Grecia le sfilate studentesche si erano svolte più o meno regolarmente, ma ovunque contestazioni nei confronti dei politici, striscioni e cori rabbiosi, e molti dei ragazzi della marcia che, al momento di sfilare di fronte alle autorità, volgevano ostentatamente lo sguardo dall’altra parte. Tutti i media non parlano d’altro per i due giorni seguenti, finché Papandreou decide di far concentrare di nuovo l’attenzione su di sé.

31 ottobre – Il primo ministro George Papandreou annuncia, nella sorpresa generale, che a gennaio sarà indetto un referendum nel quale i cittadini dovranno dare il loro parere positivo o negativo al mega-taglio sul debito da poco ottenuto e quindi, in pratica, alle misure restrittive finora prese, alla permanenza della Grecia nell’euro, alla sopravvivenza stessa della Grecia.

E’ storia d’oggi, e c’è poco da dire, tutti ne parlano. E tutti (consiglio di ascoltare il sempre attento Gian Arturo Ferrari) si chiedono perché. Perché mai George Papandreou ha fatto una cosa simile, facendo sprofondare nella costernazione Sarkozy e le borse di tutta Europa (con titoli bancari italiani e francesi giù anche del 15-16%)? Forse un crollo di nervi dopo due anni sul filo del rasoio? Forse una sorta di disperato “muoia Sansone e tutti i filistei”?

No, non penso proprio. Papandreou, per quanto ultimamente abbia fatto e detto molte sciocchezze (sin dalla sua prima frase all’inizio del mandato: “non vi preoccupate, i soldi ci sono” e sapeva benissimo che non era vero), questa volta ha giocato la carta estrema, forzando la mano a tutti, consapevole che la situazione è tale che o ci si gioca il tutto per tutto o si naufraga e si prende l’esclusiva reponsabilità del naufragio. E lui non ci sta.

Da mesi sta cercando, senza successo, un accordo con tutti i leader dell’opposizione per un governo di salvezza nazionale, da mesi sta prendendo decisioni che hanno portato i greci all’esasperazione e la disoccupazione quasi al 20% nonché ad un taglio di salari e pensioni, aumento di tasse dirette e indirette, richieste di “contributi di solidarietà” che pesano in maniera devastante sulla famiglia del greco medio, mentre intoccati rimangono i grandi evasori, i privilegi della chiesa, gli stipendi di politici e alti funzionari.
Beninteso, non penso sinceramente che se al suo posto ci fosse Samaras, il leader del maggiore partito all’opposizione, avrebbe fatto qualcosa di diverso, quindi dal mio punto di vista a poco servirebbero le tanto richieste elezioni anticipate.

Con il ricorso al referendum però Papandreou gioca la sua ultima carta, quella che forse non avrebbe mai voluto giocare ma ha comunque sempre tenuto sotto il tavolo: sa bene che, ora come ora, con un’opinione pubblica prostrata e sull’orlo della disperazione, il voto sarebbe un voto di pancia e non di testa e molto probabilmente si risolverebbe in un no, non certo quel no che riecheggiò il 28 ottobre 1940 tra gli scranni del parlamento per voce di Metaxas, ma un no questa volta disastroso per la Grecia, se non per tutta l’eurozona. E questo lo sanno bene anche i suoi avversari. Che già infatti stanno parlando di governo di salvezza nazionale, proprio quella prospettiva finora sdegnosamente rifiutata.

Mentre scrivo è in corso il consiglio dei ministri, tante sono le voci di disaccordo anche all’interno del partito PASOK (al governo), una parlamentare ha dato le sue dimissioni stamattina, più di una dozzina sono in aria di fronda e sicuramente la decisione dello staff del primo ministro ha scosso ulteriormente le già fragili fondamenta del suo stesso partito.

Penso però che Papandreou abbia con questo gesto condotto volutamente  la Grecia al suo punto Zero. Dove tutto può finire o tutto può ricominciare. Ma ora non sta più solo a lui. Piaccia o non piaccia, ora tutti dovranno danzare a questo ritmo. E paradossalmente chi lo ha imposto si defila, fingendo che a guidare le danze siano gli altri.

Un gioco scaltro e pericoloso, che sopraggiunge sicuramente nel momento meno adatto. Ma forse anche questo fa parte della sua strategia.

Ora due altre sono le date cruciali di qui alla metà del mese: venerdì prossimo il voto di fiducia, che si preannuncia più critico che mai, visto che il PASOK continua a perdere parlamentari e ha una maggioranza sempre più labile; e il 17 novembre, ricorrenza da sempre a dir poco tumultuosa in cui si ricordano i ragazzi del “Politecnico”  morti negli scontri che diedero il via alla rivolta contro la giunta dei colonnelli nel 1974. Di solito ci sono disordini, negozi presi d’assalto e arresti.
Con l’aria che tira quest’anno, si preannuncia una mobilitazione di massa che ha del tellurico.

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