leggere Ancona

Ieri 11 agosto, su richiesta del mio carissimo amico Paolo, ho letto una mia poesia sulla mia città, Ancona, in un luogo molto suggestivo della stessa Ancona, la Mole Vanvitelliana.

Ultimamente, dopo molto anni, mi sono rimesso a scrivere versi con una certa costanza e leggerne in pubblico era una cosa che non mi accadeva da parecchio, decenni.
Per me leggere poesia non è mai una cosa facile. Scrivere versi per me significa mettere a nudo la mia anima, riversare non semplicemente pensieri, ma tutto il mio essere su un foglio di carta. Per questo da una parte mi piace leggere le mie poesie in pubblico, perché il contatto diretto con la gente è essenziale, dall’altra ho sempre un po’ di pudore, perché insomma spogliarsi l’anima in pubblico non è una cosa che si dovrebbe fare con leggerezza.
In più, la poesia che avevo scritto e Paolo mi ha invitato a leggere, era una poesia su Ancona, la mia città, da leggere di fronte ad un non scarso pubblico di anconetani come me, ad Ancona.

Io, per chi non lo sapesse, manco dall’Italia da nove anni e da due e mezzo non tornavo nella mia città, cui mi ha sempre legato un rapporto di amore-odio, come capita spesso per chi abita in città provinciali, chiuse, apatiche, in definitiva anonime.
Però è pur sempre la mia città e mi lega a lei una serie di ricordi, esperienze e persone che rimarranno sempre sulla mia pelle e sotto, e dentro. Ovunque io sia e andrò a vivere in futuro.
Insomma, tutto conferiva alla serata di ieri l’aspetto di un appuntamento all’Ok Corral con il mio passato fatto di mura, di volti e di immagini che sentivo di condividere in parte con il pubblico che mi stava davanti in attesa dei miei versi. E li leggo:

Città natale

Le cose che restano
attaccate alla memoria, alla pelle e all’umore
sono a volte quelle che odiavamo,
a stento tollerate.
Le sere pregne di nebbia, l’urlo
lugubre della sirena  – Scilla solitaria,
provinciale, spoglia d’ogni mito
il dialetto trascinato per i vicoli
della città vecchia, il porto
dall’alto, percorso, respirato.

Città verticale, che sale, che fatica
a farsi notare, che ricade a precipizio
su se stessa, dove lo sguardo
s’impiglia ad un palazzo, ad un balcone

ad una semplice maniglia
di un vecchio portone.

E il mare, che l’inghiotte e la rifiuta,
il mare che si frange ma non arriva
e quasi la priva di sé, paradosso
di una città di mare senza riva.

Quando finisco, un po’ stordito come sempre capita quando leggo cose mie, sento l’applauso sonoro degli astanti, un applauso sincero, sentito.
Capisco che ho dato in qualche modo voce a qualcosa che sentivano anche loro, e quel qualcosa riguarda la loro e la mia città.
Capisco che da ieri condividiamo qualcosa di più, e mi sento felice. Immensamente felice.

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4 pensieri su “leggere Ancona

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