Odore di terra

Da bambino si divertiva a prendere tra le mani zolle di terra e frantumarle una contro l’altra, lasciando che le mani si intridessero di quell’odore che lui amava così tanto, e che gli ricordava il padre quando lavorava i campi, e lui a corrergli intorno a caccia di vermi e radici che come vene e arterie, o sottilissimi capillari attraversavano il suolo, il corpo della terra, quel corpo a volte rigonfio di pioggia a volte esile e solcato da crepe come rughe, quando non pioveva mai, e il padre vegliava preoccupato sui campi, gli occhi cupi e tristi sopra il fumo della sigaretta. Zolle di terra. Anche ora era tutto quello che voleva. Per questo si svegliò all’alba, che Marta ancora dormiva, e se ne uscì con il cane dove il terreno era ancora imbevuto di rugiada, e permeato dal fresco della notte che aveva appena voltato le spalle al mondo, al suo mondo, almeno. Ed eccolo lì, come da bambino, con il cane a imitarlo, scavando tra le zolle, a rasparle con le sue unghie, a frantumarle ed annusarle, come dentro ci fosse chissà quale tesoro. Tutta la sua infanzia, in quei gesti, in quell’odore, in quelle mani rosse di terra, i pantaloni umidi e le scarpe intrise fino alla caviglia. Era questa, la felicità, almeno oggi, almeno in quel momento. Felicità che è anche voglia di piangere, di sentirsi addosso qualcosa che da tanto non senti più, qualcosa di greve e leggero, struggente e lontano, perduto ma, solo per quel momento, ritrovato, e riafferrato. Tutto in quelle zolle di terra, in quel sentore di umido e concreto. Era, felice, pensò, che alla fine di tutto sarebbe tornato alla terra, sarebbe stato un tutt’uno con essa, lo stesso odore, lo stesso colore. Le stesse radici ad attraversare anche il suo corpo, a sostituirsi alle sue vene ormai esangui e secche. Tornò a casa così, come quando da bambino la madre lo rimproverava dopo una partita di calcio sotto la pioggia. Si svestì malvolentieri, mentre Marta ancora dormiva. Volle infilarsi a letto odoroso di terra, con qualche scaglia ancora tra le unghie, con il corpo umido e, così gli piaceva immaginare, saturo degli umori che attraversano il suolo, la rugiada, le piogge passate e il sentore di quelle che verranno, i pampini che di lì a poco avrebbero dato vino, l’albero del noce poco lontano, il melo del padre ancora generoso di frutti, il cielo, che si posava su tutta quella terra come un enorme tendaggio pronto a tendersi alle prime luci del sole. Marta, ancora nel dormiveglia, gli si avvicinò e lo abbracciò, e a lui parve che, sentendo il suo nuovo odore, atteggiasse la sua bocca ad un sorriso di gratitudine. Ora era tra le braccia della felicità, intriso di felicità, odorante di felicità. Accarezzò Marta con le mani che lasciavano sui suoi capelli un pulviscolo terroso e fertile, che, ne era sicuro, avrebbe presto dato i suoi frutti.

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