La città di vento

Ripropongo una cosa scritta ormai 8 anni fa, perduta nel mio precedente blog ormai defunto, ma non per questo tutto da buttare. Almeno credo.

La città di vento

Era continuamente scossa dai fremiti dei palmizi sul mare, dalle ombre irrequiete che macchiavano muri, dalle tende che sbattevano sui pali. Gli sguardi degli abitanti erano sfuggenti, aguzzi, modellati dalle raffiche e levigati dalle brezze, scarni e sottili, sempre alla ricerca di qualcosa, forse un riparo, forse l’estrema bufera che li portasse via da lì. La città non aveva strade maestre, ma solo un reticolo inestricabile di vicoli in cui si sperava di poter sconfiggere il vento, di poterlo sfibrare in tanti rivoli per poi ridurlo, esangue, ad un refolo innocuo, ad una carezza serale d’aria di fine estate, come in tante altre città in cui le persone erano felici, e avevano movenze normali, e sogni quieti, sguardi che si appoggiavano docilmente sulle cose, sugli oggetti di ogni giorno, sugli occhi di chi amano. Invece, qui no. Qui tutto era strappato, sfrangiato, i passi delle persone erano un balletto brusco e nervoso, i loro gesti sempre tormentati, le mani a coprire gli occhi, o la bocca, o le orecchie, dalla sabbia, dalla polvere, dall’ululato continuo con cui le raffiche si riversavano in quei viottoli che, ben lungi dall’essere una trappola, diventavano una cassa di risonanza ancora più cupa e tentacolare. Le finestre delle case erano perennemente chiuse, le imposte sbarrate; le porte delle abitazioni, se appena venivano lasciate aperte, si richiudevano di schianto, con un clangore di catenacci e ferri, e la pesantezza del loro spessore. Ma tutta la città era un mormorio sinistro: le insegne delle bettole che cigolavano al vento, scatole di latta che rotolavano senza fine sull’acciotolato squamoso delle vie più erte, bottiglie vuote che si scontravano tra loro in tintinnii continui, ispidi, irritanti; le grida querule e rauche degli ambulanti sempre attenti a non far volar via la loro merce, gli ululati dei cani affamati che vagavano sbandati senza meta. Una città in cui non c’era inverno, né estate, né altra stagione. Solo vento. Vento ogni giorno dell’anno, ogni istante, ogni notte, vento dall’alba al tramonto, vento nei pensieri e nelle parole delle persone. Tutto sembrava fatto solo di questo, anche le mura degli edifici, in fondo non erano altro che concrezioni di tutto ciò che il vento aveva portato fin lì, solidificazioni della sua violenza, monumento al suo dominio incontrastato, risultato estremo della sua potenza. La città di vento non fu mai attaccata da nessun nemico, mai nessuna orda barbarica la assediò, gli eserciti anzi si tennero sempre ben lontani da quel posto così inospitale e singolare. La pace degli uomini era l’unica consolazione per quella città, in cui il vento sembrava aver stabilito la sua dimora. Nessuno la distrusse mai, solo si sbriciolò a poco a poco. L’ostilità dei propri abitanti la consumò, come il vento, e lentamente si ritrasse in sé stessa, si contrasse come una duna del deserto, meno case abitate ogni anno, vie che non conducevano più a nulla, ogni anno più abitanti in fuga. Fu come una mano che a poco a poco si chiude, come un lago che si prosciuga ignorato da fiumi e piogge, come un ricordo lontano che di giorno in giorno perde i contorni, i dettagli, i colori. Ora, dove prima c’era la città di vento, si erge solo una collina brulla, arida e isolata. Non soffia mai il vento lì, e l’aria è immota e irreale, anche nei giorni in cui altrove c’è tempesta, e gli alberi si piegano.

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