Le vie dei canti di Chatwin

Chatwin nel suo Le vie dei canti parla di una tribù aborigena la cui cosmogonia era costituita da dèi che creavano del mondo attraverso la semplice parola: bastava nominare una cosa perché questa si concretizzasse, e iniziasse a esistere. Il mondo, l’universo intero, con tutte le sue creature, le sue rocce, i suoi alberi, erano in pratica una epifania sonora, scaturiti dalla voce stentorea di questi dèi, che attraversavano il mondo seguendo percorsi invisibili, le vie dei canti, appunto, cartografia astratta e invisibile, presente se non nell’eco di ciò che furono quei canti. Chatwin parla anche di carte sulle quali gli aborigeni supponevano fosse tracciato il cammino di chi per primo nominò il mondo, creandolo, ma chi ha letto il libro sa benissimo di ciò di cui sto parlando, chi non l’ha letto ha ora una ragione in più per farlo, se trova l’argomento interessante. Da parte mia, non so perché ora mi viene in mente una cosa simile, ho letto quel libro più di venti anni fa, ma questa immagine dei sentieri senza impronte, fatti solo di vento che un tempo contenne e portò i nomi a farsi cosa, mi ha sempre affascinato. Sarà che piacerebbe a tutti, essere almeno un giorno un dio di questo tipo, un dio creatore delle cose solo nominandole, ed edificare così città, paesi interi, magari mondi e costellazioni, in una armonia possibile, questo sì, davvero soltanto a parole, nella meravigliosa teoria delle leggi fisiche che reggono il cosmo, le formule chimiche che sovrintendono alle nostre emozioni così come alle nostre digestioni. Gli assiomi matematici su cui si basano gli impalpabili flussi di bit che mi permettono ora di comunicare. Il mondo, come archetipo, intendo, sarebbe davvero un posto perfetto se fossero solo le formule, i nostri “canti” odierni, a governarlo. Un mondo nominato e quindi in sé esistente. Non ricordo chi disse che, secondo lui, la formula E=mc2 avrebbe dovuto essere esposta alla stregua di un quadro di Picasso, o di Leonardo, perché anch’essa rappresenta a suo modo un’opera d’arte, il risultato di un lavoro di un genio. Ripercorrendo a ritroso, le nostre peculiari vie dei canti abbiamo dato le parole ai canti creatori del Tutto: H2O, e abbiamo l’acqua. Una semplice compresenza di numeri e lettere esemplifica la complessità miracolosa di una cosa come la fonte di ogni vita, quella che ora gli scienziati americani sono tanto felici di aver trovato su Marte. Così importante, e così semplice. Due atomi di idrogeno, uno di ossigeno. Voilà. Ci voleva mica un dio a inventarla… Eppure, noi, progenie di scialacquatori, non siamo in grado nemmeno di preservarla. Trovare la formula non significa capire, a quanto pare.

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