la dignità non è un capriccio. paola caruso e le ragioni dei precari

Paola Caruso, una pubblicista quarantenne che lavora a contratto da 7 anni al Corriere della Sera, ha iniziato da 24 ore uno sciopero della fame e della sete (che solo da poco, saggiamente, è diventato “solo” della fame) perché ha visto la propria dignità di professionista e di persona calpestata in maniera purtroppo assolutamente non nuova (anzi, direi drammaticamente consueta) , in cui il merito, la dedizione e la passione non vengono considerati di fronte a una probabile raccomandazione.

Io conosco poco Paola, è una dei miei contatti su Frienfeed e ci siamo “parlati” qualche volta, ma si è trattato di quei casi in cui ti rendi conto che hai davanti una persona in gamba, professionalmente seria e dannatamente simpatica.

Conosco però tanti precari come lei (e come sono stato per molti anni anch’io) e so cosa si prova a vedersi umiliati sotto ogni punto di vista, quotidianamente, quasi con determinazione sistematica, manco ci fosse una legge che lo permetta (o forse c’è, mi dicono, ma non si può dire troppo forte).

Paola è solo la punta di un iceberg che nell’ultimo decennio si è dilatato in maniera devastante, ibernando in un limbo di eterna attesa centinaia di migliaia di persone che hanno accettato di lavorare con contratti a termine perché speravano di fare esperienza, perché non volevano più stare a casa con le mani in mano, perché credono nel lavoro che avevano iniziato a fare, perché magari hanno una famiglia e comunque tre mesi di stipendio son sempre meglio di niente. Il sistema prende per fame, e si ingrassa. Ti umilia perché tanto sa che dietro di te c’è una fila pronta a farsi umiliare senza troppi complimenti.

C’è in questo caso chi dà la colpa agli sfruttati, io non me la sento. C’è anche chi dice che il gesto di Paola è immaturo, poco efficace, perdente. Chi addirittura che sia un “capriccio”. Io penso che, al di là di tutto, siamo di fronte a una persona che ha intrapreso una lotta sulla propria pelle e solo per questo la rispetto. Anche se non ne condividessi le ragioni (ma le condivido) e i metodi.

Spero che la lotta che ha intrapreso Paola sia anch’essa la punta di un iceberg che però emerga, magari lentamente ma in modo costante, con la stessa costante sistematicità con cui per anni son stati immersi sotto la linea di galleggiamento i nuovi paria della società post-industriale, i nuovi braccianti intellettuali e non, che lavorino in un call center o in una redazione di un giornale, in una cooperativa che si occupa di pulizie o in un ristorante.  Li accomuna tutti la stessa situazione: non hanno contratto, non hanno diritti, non hanno contributi né un sindacato che ne prenda le difese (se ormai il sindacato difende più qualcuno). Sono in tutti i sensi invisibili, la loro voce non si sente, il loro lavoro non si nota.

E’ per questo che voglio che il caso di Paola assuma visibilità. Perché dire no è una fatica, e ha un costo. Se la fatica viene condivisa, allora graverà meno sulle spalle di chi la condurrà. L’esito sarà già positivo, se almeno sarà servita a rendere quel “no” da individuale a collettivo.

P.S.: Qui una bella lettera indirizzata al direttore del Corsera, una delle tante iniziative che stanno prendendo forma nel mondo dei blog e dei social network. Compreso il blog di Alessandro Gilioli all’interno dell’Espresso online.  E macchianera che sospende il blog.

Ulteriore aggiornamento (ore 15.13): qui ciò che succede su Friendfeed e una bella lista di blog che ne parlano. Su liquida.it è in “prima pagina”, si è interessato anche il Post. Sembra che la cosiddetta autoreferenzialità della rete stia per essere smentita da una rete di solidarietà che va oltre le maglie del web.

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