vivere sull’orlo della bancarotta

Tutti sapete che la Grecia sta vivendo una crisi economica epocale, immane, spaventosa, che l’ha portata sull’orlo della bancarotta. Però forse non tutti sapete come si vive in un paese sull’orlo della bancarotta.
In un paese sull’orlo della bancarotta, ormai da più di un anno le parole più frequenti che si ascoltano dai media sono “crisi”, “debiti”, “deficit pubblico”, “buco incolmabile” e poi una serie di cifre lunghe così, di quelle che appena arrivato alla metà, già ti sei dimenticato come iniziavano (“era duecentomila o “seicentomila?”). Sono le cifre dei vari disavanzi, in ogni settore. Sono le cifre che sintetizzano (si fa per dire, data la loro lunghezza) la somma di errori su errori fatti negli ultimi 30 anni. Da tutti i governi, di ogni bandiera. Direi anche da tutta la società ellenica.
In un paese sull’orlo della bancarotta l’inflazione è al 5,2% e sale continuamente, e dal momento che negozi e imprese chiudono quasi allo stesso ritmo, la disoccupazione balza in un anno dall’8 al 12% (e anche qui, ci sono buone possibilità che sarà al 15% entro fine 2010).
In un paese sull’orlo della bancarotta la popolazione non compra, non spende più, non viaggia né pensa minimamente di farlo, perché gli stipendi sono congelati, le tredicesime degli statali decurtate, le pensioni (anche quelle minime) tagliate. La gente ha facce torve, pensieri cupi e prospettive ancora peggiori dei pensieri e delle facce.
Date le premesse, il morale di un paese sull’orlo della bancarotta è ovviamente sotto i tacchi, anche perché i media fanno a gara a chi spara cifre più alte e i politici sanno che dare messaggi di ottimismo sarebbe una bugia troppo grossa (più grossa delle tante dette negli ultimi 30 anni) e quindi preferisce giocare a “di chi è la colpa”, sperando che tirarsi la patata bollente tra gli scranni della voulì (il parlamento greco) possa in qualche modo fungere da spettacolo di intrattenimento mentre la barca affonda ugualmente.
Un paese sull’orlo della bancarotta non ha ovviamente una classe politica all’altezza di affrontare in maniera efficace una crisi troppo grande per lei, che di grande ha solo la mediocrità e la paura di fare politica seriamente. Un paese sull’orlo della bancarotta non ha un piano di sviluppo, non ha una progettualità non dico a lunga, ma nemmeno a media o breve scadenza, non ha una classe imprenditoriale in grado di dare un minimo contributo in una simile contingenza (la Grecia non ha proprio classe imprenditoriale, a parte qualche armatore, la cui lungimiranza è però a dir poco discutibile). Non ha sindacati affidabili, né un tessuto sociale che possa garantire una rete fatta di responsabilità civica e iniziativa solidale. Oddio, in questo senso qualche segno c’è, ma è veramente poca cosa, poco seguita, poco apprezzata e poco imitata.

Qualche mese fa avevo analizzato la crisi greca da un punto di vista quasi microeconomico e comunque in modo relativamente analitico, ora lo sto facendo, me ne accorgo, solo da un punto di vista emotivo. Ma è l’unico punto di vista che mi rimane e che conosco meglio. E oggi mi andava così.

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5 thoughts on “vivere sull’orlo della bancarotta

  1. marco ha detto:

    Elvira, certo che ti auguro buon viaggio, sono sicuro che la Grecia non ti deluderà, come luogo di vacanza. Fammi sapere che impressioni ricaverai dalla gente di lì, io scrivo dalla capitale e qui i prezzi devo dire che sono molto più alti che altrove, per quanto riguarda la vita quotidiana, ma ci sono anche più opportunità e potenzialità. Nello “sprofondo sud”, come lo chiami tu, non saprei, ma sarò molto curioso di sapere da te qualcosa.

    • elvira ha detto:

      è un ritorno annuale quello nello sprofondo sud greco. torno a casa. per ora sento da lì arrivare frasi del tipo “kratame ta eurò” , teniamo gli euro, li risparmiamo, conserviamo. e ridono. ridono. c’è una leggerezza e un fatalismo laggiù che talvolta indispongono, mi fanno arrabbiare, tal’altra mi fanno sorridere

  2. elvira ha detto:

    bene. detto questo vorrei mi si augurasse buon viaggio dato che domani parto per la Grecia. e da straniera, che non sono, e da greca, che non sono, sono quasi curiosa di ascoltare i racconti che verranno. tu scrivi dalla capitale, credo, no? io proverò ad aggiornare al mio rientro col punto di vista dello sprofondo sud continentale greco. per ora quel che so è che il turismo ellenico è scomparso sotto ferragosto, dalle nostre parti. in compenso quanti italiani ho sentito quest’anno entusiasti di partire per la Grecia “perché quest’anno costerà meno”. con il frequente tatto dei turisti, con quel sentore di sciacallaggio che irrita, son partiti… se conosco i miei compatrioti,avran trovato il modo per sedare gli entusiasmi!!! e così sia

  3. Non vado in Grecia da diverso tempo, ma mi domandavo infatti se la crisi economica fosse già al livello di fare i conti nel fare la spesa o per ora fosse solo una rinuncia a ciò che non è indispensabile. Evidentemente è peggio di quello che pensavo.

    • marco ha detto:

      Sì. Direi che ormai si inizia a non dico rinunciare, ma sicuramente a delimitare anche ciò che è indispensabile. Diciamo che si è creato un solco più profondo (e consapevole) tra il “necessario” e “l’indispensabile”. Quando arrivi a certi livelli ti assicuro che la differenza tra questi concetti si fa più marcata.

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