il silenzio 2.0

Pause di riflessione. Le chiamano così, ma in fondo è solo silenzio. Silenzio senza sbocco, a volte, altre – per fortuna più frequentemente – silenzio che prelude a nuove parole, che le nutre appieno, non si accontenta di vederle reggersi appena sulle gambe per farle uscire, no, le vuole ben salde sui piedi, in equilibrio, capaci di superare ostacoli e argomentazioni.
Dopo aver letto uno dei soliti magistrali post del mio fratello-amico pamarasca, ho pensato a quanto sia effettivamente necessario prendersi delle belle pause di riflessione 2.0, brevi apnee da un pensiero web che ci vuole sempre sul pezzo a postare bloggare twitterare friendfeeddare e via di orridi neologismi sorti dal mondo delle reti sociali.

Pause
Io ho sempre amato molto la poesia perché, oltre all’armonia della disposizione delle parole, oltra la metrica, c’è quel modo di spezzare il pensiero, il respiro, la logica, che spiazza e allo stesso tempo apre spazi nella mente, ci fa scoprire praterie dietro semplici parole, apre le frasi come porte che celano saloni, stanze e corridoi di cui eravamo ignari. Ampliano il nostro spazio interiore, e quindi noi stessi .
Ecco, in una realtà che è sempre più improntata alla fretta, e in una dimensione 2.0 dove, invece di disporre di un tempo proprio e più nostro, moltiplichiamo i ritmi della realtà concreta, credo che la poesia possa insegnarci almeno questo. Spezzare le fasi del nostro agire e del nostro essere / esserci, sillabare in levare le cose per riappropriarcene (come Chatwin diceva che facevano gli dèi degli aborigeni australiani nel creare il mondo, cioè solo nominandole), ma tutto questo in silenzio, magari osservando solo, per una volta spettatori e basta, perché ciò che vediamo, diciamo, facciamo, scenda più in profondità, si sedimenti, diventi humus. Vita.

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One thought on “il silenzio 2.0

  1. indefinita ha detto:

    ecco capisco il silenzio perchè non si ha niente da dire, perchè non si ha voglia di dir niente, perchè siamo richiamati da altre cose, perchè ci girano i cog…ni, perchè il nostro pensiero non si traduce in parole per mille motivi, capisco. capisco meno quando ci si allontana da una cosa per “paura” di questa cosa, paura che questa cosa ti prenda la mano e ti fagociti e non ti faccia veder altro intorno. mi sembra una forzatura. però magari mi sbaglio magari bisogna applicare la disciplina anche in questo(uff)magari bisogna preservarsi. ecco le pause possono essere produttive e significative quando inevitabili, quando non può che essere che così. allora quei silenzi me l’immagino densi, naturali.
    e comunque c’è chi rimane senza le parole dell’altro senza il pensiero dell’altro e si sente un pò più solo ma questo è un altro discorso ma questo è proprio un altro discorso nebuloso assai(pausa di riflessione per chiarire le nebulose?) bò. ciao

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