ciò che ci unisce agli antichi

Da appassionato (direi innamorato) dell’antichità e tutto ciò che è antica Grecia, vivere ad Atene per me è un po’ come abitare a Disneyland, e vedere il Partenone ogni mattina quando andavo a lavoro con i mezzi di superficie era rinnovare ogni giorno una visione. Allo stesso modo, la visita al museo archeologico è stato come entrare dal vivo nel libro di archeologia tante volte studiato, ripassato e sfogliato ai tempi dell’università; sono uno di quelli che si commuove a Delfi, o a Epidauro, o di fronte a quel poco che rimane del teatro di Dioniso sull’acropoli.
Ma devo dire che allo stesso modo mi emoziono e mi commuovo al vedere le colline e le alture che circondano Atene. Al vedere il profilo dell’Imetto, il monte di cui gli antichi celebravano il miele delle sue api, e ora è meta delle gite domenicali dei moderni ateniesi.
Allo stesso modo ogni volta che percorro la strada verso nord, che passa per Maratona , mi piace pensare che quelle colline e quei campi siano grosso modo gli stessi che vedevano i soldati di Milziade mentre andavano alla famosa battaglia che diede inizio alla grandezza di Atene e magari salutavano quel paesaggio consci che per molti di loro sarebbe stata l’ultima volta che lo osservavano.

E ieri, arrivato sul golfo su cui si affaccia Skinias, ho pensato davvero di essere entrato in sintonia con chi, nell’antichità remota, più di 2000 anni fa, attraccava o salpava qui con piccole barche e molto probabilmente vedeva lo stesso paesaggio, ascoltava lo stesso suono della risacca, si parava gli occhi con le mani al calar del sole, come me.
Io e lui per un momento uniti, mentre un anziano indicava qualcosa ad un uomo più giovane e dalla sua bocca uscivano parole antiche come la sua lingua: thàlassa, ouranòs, phìlos. Mare, cielo, amico.
Mi sono disteso sulla spiaggia, le mani nelle tasche del giubbotto, e mi sono appisolato, cullato dal lieve rifluire delle onde, movimento sempre uguale e sempre diverso, mentre il sole irrorava le alture con gli ultimi suoi raggi, allo stesso modo in cui faceva 2400 anni fa per gli uomini a cui ci legano storia, cultura, conoscenze e interrogativi, ma ancor di più ci unisce questa terra, questo mondo. Il Partenone ora è un’esile rovina che gli antichi a stento riconoscerebbero, le antiche città sono scomparse, ma quello che rimane è il profilo dell’Imetto, lo stretto tra Salamina e Atene, i profili delle isole Egina e Poros, al largo, e più in là il Peloponneso e le sue “balze e forre” cantate da Alcmane e il suo famoso “notturno”.

εὕδουσι δʼ ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες
πρώονές τε καὶ χαράδραι
φῦλά τʼ ἑρπέτ’ ὅσα τρέφει μέλαινα γαῖα
θῆρές τʼ ὀρεσκώιοι καὶ γένος μελισσᾶν
καὶ κνώδαλʼ ἐν βένθεσσι πορφυρέας ἁλός·
εὕδουσι δʼ οἰωνῶν φῦλα τανυπτερύγων.

Dormono i vertici dei monti e i baratri,
le balze e le forre;
e le creature della terra bruna,
e le fiere che ai monti s’acquattano, e gli sciami,
e i cetacei nel fondo del mare lucente.
Dormono le famiglie degli uccelli
fermo palpito d’ali.

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4 pensieri su “ciò che ci unisce agli antichi

  1. groucho ha detto:

    Elvira, in poche parole hai riabilitato una città bistrattata da molti, ateniesi in primis! 🙂
    Anche io devo dire che, vivendoci, ne inizio a vedere più i lati negativi che quelli positivi, ma hai ragione tu, è una città di contrasti, così come coloro che ci vivono. Una città che non morirà mai, perché sono proprio queste contraddizioni che la rendono più viva di tante altre città magari più ordinate, civili, quiete, ma in fin dei conti quasi moribonde.

    • elvira ha detto:

      è che ci sono nata ma non c’ho mai vissuto. ci torno ogni volta che posso. non è mai stata il mio quotidiano. a parte da zero a sei mesi… però non me ne ricordo bene ehehehe

  2. elvira ha detto:

    la mia passione per atene passa molto per il caos moderno, i modi sgarbati che si trasformano incoerentemente in sorrisi pieni, l’odore del mercato e la luce di sera d’estate quando cammini e l’asfalto emana calore come le spiagge nere di creta al tramonto. atene incasinata e violenta e poi di colpo quieta in una stradina a due passi dalla bolgia notturna della plaka pedonale. atene è un incanto perché è contraddizione pulsante. la borghesia non lo è mai del tutto. gli anarchici hanno una vena di perbenismo. più o meno i souvlaki li mangian tutti allo stesso modo. le voci sono sempre incazzate ma in realtà parlano d’amore. le voci femminili stridule sono vuoti culturali infiniti finché non spunta fuori una cultura di paese sorprendente.

  3. silvia ha detto:

    Quei versi mi hanno sempre dato serenità…nella traduzione del mio ricordo facevano:

    “Dormoni le alte cime dei monti, i dirupi e le balze e i muti letti dei torrenti. Dormono quanti strisciano animali, sopra la terra negra…”

    si era chiaramente in epoca pre obama…
    baci

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