idrofonia

E’ una cosa vecchia (di sei anni fa), ma la sento ancora attuale e, non so perché, ci sono affezionato.

In una trasmissione radiofonica si parla degli idrofonisti, cioè gli addetti dei sommergibili all’ascolto e alla interpretazione dei suoni negli abissi. Ora, con i sonar, è tutto meno confuso – o quasi, ma ai tempi in cui i sommergibili erano vere e proprie scatole di lamiera a mollo negli oceani, il compito spettava, appunto, a questi uomini. Era un mestiere che si imparava empiricamente, con l’idrofonista anziano che dava consigli al suo apprendista e gli diceva a chi apparteneva ogni suono, accostando rumori mostruosi a nomi di creature mai viste, o soltanto raccontante. Per un momento mi immagino il volto e lo stupore di quel giovane in ascolto dalla sua postazione, edotto dal suo precettore su cosa sia quel muggito subacqueo, a quale animale appartenga, e come sia a sua volta questo mostro marino, dove viva, se sia minaccioso o mite, se c’è pericolo per il sommergibile. Un mondo popolato solo da suoni e immaginazione. Un po’ come quello del feto, ovvero di noi stessi nei nostri primi nove mesi di vita, mesi scanditi dal pulsare del battito cardiaco materno, dall’opaca consistenza del liquido amniotico che ottunde ogni suono, e, al di là, gli abissi con i suoi mostri mai visti. Cresciamo, e la situazione non cambia di molto. Crediamo di vivere nel mondo, ma il mondo è sempre al di là di qualcosa, crediamo di conoscere la realtà ma ciò che conosciamo sono solo suoni indistinti che scaltri idrofonisti ci insegnano ad interpretare a loro piacimento, dando nomi a mostri che non abbiamo mai visto direttamente, di cui ignoriamo le forme, le dimensioni, la provenienza e la reale entità. Non è forse un caso che il mostro italiano per eccellenza, la Mafia, sia sempre stato accostato alla piovra, la creatura orribile contro cui combatteva capitan Nemo. Mostri marini che, complice una evoluzione darwiana, hanno imparato ben presto a vivere fuori dal mare, e ora sono anche anfibi, o hanno ali e rombano nel cielo minacciosi. Ed ecco che noi, idrofonisti dilettanti, impariamo a collegare il suono col nome, ignorando però troppo spesso a cosa a sua volta il nome corrisponda realmente. Starnutiamo e parlano di pandemia, ascoltiamo un’esplosione e ci dicono che è il mostro Al Qaeda, nome che ha recentemente preso il posto dell’Uomo nero nelle minacce dei genitori per mandare a letto i bambini. Ci impoveriamo e ci dicono che è la grande crisi, come prima era invece colpa dell’Euro, creatura che crediamo di conoscere solo perché ne teniamo in mano poche scaglie lucenti, spoglie di un drago che ha già cambiato pelle, e colore, e vive altrove, chissà dove. E poi, i mostri inafferrabili, ubiqui e letali, che appaiono e scompaiono quando più sembra opportuno: l’Aids, la Sars, il carbonchio (ricordate? Che fine ha fatto?).
Non so, ma a me pare che, nonostante il moltiplicarsi delle fonti (e dei mezzi) di informazione, siamo sempre più simili a quell’idrofonista dilettante, o agli uomini del mito platonico della caverna: imprigionati nel ventre della terra a guardare le ombre del mondo che provengono dall’esterno, e attraverso quelle decifrarlo, cercare di comprenderlo. Invano.

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