digitali, ma piu’ umani?

Dan Ariely, nel suo Prevedibilmente irrazionale, ci ricorda che viviamo quotidianamente in un delicato equilibrio tra convenzioni sociali e regole di mercato: una sfera deve rimanere separata dall’altra, pena la sparizione della prima (la convenzione sociale) o comunque il suo svilimento.
Per dire, non possiamo ringraziare la suocera per il delizioso cenone di fine anno dandole una cifra in denaro che noi riteniamo congrua alla qualità del cibo. Non ci inviterebbe piu’ per molti anni, se non per sempre.
Il mondo delle regole di mercato, si sa, è spietato e “arido”: ma business is business, e siamo noi stessi i primi (magari stupendoci) che poi applichiamo questa regola quando è nel nostro interesse. Perché non dovrebbero farlo le banche, le aziende e in generale il mondo del lavoro?
E’ anche vero che sicuramente il mondo sarebbe migliore se fosse ispirato piu’ alle regole sociali che non a quelle di mercato, mentre invece sta accadendo esattamente l’opposto, con conseguente aridità progressiva dei rapporti umani e mercificazione-monetizzazione di ogni aspetto della nostra vita. Nessuno fa niente per niente e sembra che nella progressiva spersonalizzazione e disumanizzazione dei rapporti sociali le cose possano andare sempre peggio.
E invece.
E invece ecco i social media. I social media hanno riportato alla ribalta, paradossalmente, aspetti della vita che piu’ tradizionali e atavici non si può: l’uso di messaggi brevi-biglietti, il baratto (vedi i tanti social network dove è possibile scambiarsi gli oggetti che si possiedono), e il favore gratuito e disinteressato, addirittura la consulenza specialistica che nel mondo “reale” ti costerebbe una fortuna.
Provare per credere: fate una domanda in qualche social network o community su un problema, psicologico, tecnologico, sentimentale e verrete subissati di consigli, link, pareri, il tutto senza spendere un cent.
Insomma, se fuori dalla porta la solidarietà è merce sempre piu’ rara e la diffidenza impera, il web sembra diventato lo spazio dove le relazioni sociali si riappropriano della loro dimensione “umana”, nonostante (o proprio per) l’assenza di contatto veramente umano.
Il digitale soppianta la realtà anche in questa circostanza? Il problema è, secondo me, che forse la soppianta, ma sostanzialmente non la modifica né la migliora.
O forse mi sbaglio. Voi che ne dite?

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3 pensieri su “digitali, ma piu’ umani?

  1. pamarasca ha detto:

    Amo il tuo ottimismo 🙂 E però ribadisco che il livello di etica deve essere molto più alto sul web, per diversi motivi. Rimanendo sul piano della pubblicità, è vero che il web ci permette confronti tra diverse opinioni, ma è anche vero che la pubblicità tradizionale, perlomeno, ci permetteva di distinguere, ad esempio sulla carta stampata, tra un editoriale, un articolo di cronaca e una pubblicità. Io non parlavo del blogger che prova un prodotto e poi ne parla bene, ma più della possibilità di far pubblicità senza farla, come accade con la apple nel cinema, ad esempio. Una sorta di rielaborazione della pubblicità occulta. Inoltre, sul web, per ora, incontro anche molta cattiveria. La cosa mi spaventa. Come sostiene Rheingold, e come amo citare, “se fai male a qualcuno on line, non vedi il suo dolore”: per questo il livello di etica deve essere altissimo. Certo, si ripropongono, sul web, belle forme di legame: hai citato il baratto, lo scambio, la consulenza gratuita. Il web ha questo merito, e anche molti altri. Propone alternative, sono d’accordo; costruisce strade nuove. Ma la mia paura resta: temo un mondo in cui menti brillanti divengano brillanti strumenti per aziende che non hanno perso il vizio, ma solo il pelo. Perché alla fine, quando si fanno corsi, incontri, seminari, meeting, quel che conta è sempre di più vendere.

  2. groucho ha detto:

    Il livello di etica è sempre importante, ma secondo me nei social media c’è un grado di consapevolezza maggiore che nei mass media. Insomma, tu potrai anche fare pubblicità al tuo rasoio e venir pagato per questo, ma sinceramente non vedo il problema, se il ricevente del messaggio non lo accoglie passivamente ma ha la possibilità di elaborarlo, verificarlo, visitare altri siti per capire se il messaggio è solo pubblicità o c’è anche della sostanza.
    Insomma, oggi mi sento ottimista e credo che il ruolo meno passivo che si ha nella rete possa costituire un punto di partenza. La questione etica ovviamente esiste, ma quella la si ritrova anche fuori dal web.
    Del resto, il web secondo me non è mondo parallelo e “altro” rispetto a quello reale, ma in qualche modo un suo prolungamento. Come avere un braccio cyber che può fare molte piu’ cose, ma è sempre gestito da quello umano.
    Se non c’è etica nella realtà, non la possiamo certo ricreare altrove.

  3. quel che sostieni è interessante, e sai quanta simpatia io abbia per i social media. Tuttavia, ci sono aspetti meno confortanti che, all’indomani dell’euforia iniziale e non ancora svaporata, vanno considerati. Ad esempio, le innumerevoli forme di pubblicità che possono abitare i social media impedendoci di fatto di distinguere come si faceva una volta. Sulla carta stampata c’era scritto “messaggio promozionale”… ma se un blogger di cui mi fido parla bene di un rasoio, chi mi dice che non faccia pubblicità? Il livello di etica mi sembra ancora basso, e se non si mette mano all’educazione sarà difficile evitare di vivere all’interno di uno spot continuo
    Chissà…

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