ombelichi del mondo

Molti anni fa, quando ancora ero studente all’università, durante una lezione di Geografia del mondo antico vennero delle simpatiche signorine per conto di una società di studi sociali che ci dettero un compito da fare: dovevamo disegnare la carta del mondo. Detta così, sembrava facile, chi non conosce come è fatto il mondo? Ma una carta, una mappa globale, sinceramente, non l’avevo mai fatta. Io come molti altri. Ora, io a quei tempi viaggiavo parecchio con l’Inter-rail, che allora permetteva di andare liberamente dalla Spagna alla Finlandia, e a forza di consultare la cartina dell’Europa per pianificare i viaggi con i miei tre fedelissimi, avevo acquisito una discreta conoscenza del vecchio continente. Tanto che il mio vicino, alle prese con lo sperone della Francia, osservando ciò che stavo combinando disse “accidenti, ma tu hai l’Europa disegnata nel cervello!”. L’Europa, appunto. Dopo di che, hic sun leones. L’Africa mi venne una sorta di banana di Chernobyl, la Russia era una distesa di vaghe riminescenze da Risiko, l’India un triangolo capovolto, e la Cina un pallone floscio. E le Americhe? Dannazione, non c’era più posto. Le feci striminzite sul margine sinistro, deformate e rinsecchite come una melanzana disidratata.
Quando consegnai la mia personale carta del mondo alle ragazze, una di loro esclamò tra l’ammirato e il critico: “l’Europa la conosci alla perfezione, è anche fin troppo dettagliata e grande; ma certo sei un eurocentrico, visto come consideri gli altri paesi del mondo.”
In effetti era così, e quella carta devo dire che rappresentava abbastanza fedelmente la mia geografia mentale. Poi vennero alcuni viaggi extraeuropei, e addirittura è finita che fuori Europa ci ho vissuto 4 anni. Da queste peregrinazioni stanziali fuori dal vecchio continente ho capito due cose, in sé abbastanza elementari: la prima è che in ogni paese c’è una propria geografia mentale, disegnata e delineata secondo precise contingenze scolastico-sociali-storico-politiche e chi più chi ne ha più ne metta; la seconda è che, viste da un’altra prospettiva, le faccende del “nostro” mondo assumono tutto un altro aspetto, forse meno dettagliato, ma non per questo meno veritiero.
Insomma, non solo tutte le persone che ho conosciuto in questi posti avrebbero disegnato quella carta in maniera ovviamente molto diversa dalla mia, ma l’intero mio bagaglio di conoscenze (non molte, ma insomma) subiva inesorabilmente un resettaggio radicale. La mia vita, e con lei le mie convinzioni, il mio sistema di valori, categorie, priorità, ricominciava da capo in un altro punto del mondo, di quel mondo che avevo disegnato a mia immagine e somiglianza e invece scoprivo assai più dilatato e dilatante. La distanza era esterna e interiore, perché quell’io che ero in Italia lì non era più, o meglio ora lo osservavo a distanza con un sorriso sornione come chi vede un se stesso lontano nel tempo in un super8 recuperato chissà dove.
Lo straniamento che si ha quando si viaggia è esaltante. E anche la parola, “straniamento”, è interessante. Si diventa stranieri a sé stessi e ci si riscopre, ci si mette alla prova al cospetto di situazioni nuove, in condizioni inedite, disarmati di quella sicumera così agevole da indossare in casa propria.
La parola “straniero”, là dov’ero (in Medio Oriente), ha una radice molto intrigante: come per noi, ha relazione con l’aggettivo “strano” (in arabo gharib), ma allo stesso tempo anche con “occidente” (Gharb), che a sua volta ha affinità con il senso del buio, perché lì, in Occidente, annotta prima. Insomma, il buio e l’uomo nero, lo strano, lo straniero, vengono da Occidente, per chi sta dall’altra parte della carta geografica.
Ma in qualche modo le cose ora quadravano: Straniero a me stesso e agli altri, a dispetto della lingua eravamo tutti concordi, su questo fatto. Da qui in poi – e solo a queste condizioni – si può iniziare a capire. Ma non troppo, né troppo presto.

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