A chi mi chiede cosa mi manca dell’Italia rispondo spesso in modo vago, non insincero, ma parziale, impreciso: gli amici, certo, la famiglia, il cibo (certo cibo), i paesini. Ma sono assenze ovvie, cui si fa il callo, volenti o nolenti. Le si mette in conto quando si parte e ancor più quando di decide di restare.
Diverso è dire che mi manca il dialetto. Non il mio in particolare (o non solo), ma il dialetto in generale, gli accenti e le inflessioni diverse da ascoltare, da riconoscere, da assaporare. Una delle ricchezze dell’Italia sta nella sua lingua tanto ricca nelle sue sfumature e nelle sue derivazioni, capaci di cambiare dopo appena pochi chilometri.
Vivere all’estero ti priva di molte cose, ma io sento sempre più spesso ormai quasi solo questa: questo viaggio linguistico continuo, dove le volgarità si alternano alle arguzie, alle battute salaci, geniali.
E ogni volta che torno in Italia le cerco, tendo le orecchie e sorrido ogni volta che le capto.
Fateci caso, quando vi capita.
Ti capisco… sono expat da 18 anni…
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